Persone straordinarie, storie straordinarie. Ermanno Labianca

Rispetto. Gratitudine. Stima profonda per Ermanno Labianca. Una persona altrettanto preziosa come le rockstar che conosce e di cui scrive benissimo.

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Di seguito, l’articolo in Pdf:

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Non ci siamo scordati di parlare della Route61Music. Arriverà…

Come nelle migliori sceneggiature, speriamo di suscitarvi un po’ di fremente attesa. Quella “cosa” che con i social praticamente oggi non esiste più, ma che rende prezioso ciò che lo è  davvero. A presto!

Back To The Roots

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Sì, c’è stato un tempo in cui si era più giovani. Ma alla fine, certe esistenze non cambiano direzione. Io ci ho sempre creduto, sempre e per davvero. Non so se, come dice qualcuno, sia tutta una questione di karma. Quel che so è che bisogna tirare fuori le palle, per lo più, quasi sempre e perseguire ciò in cui si crede davvero.

Il 2016 è stato un anno impegnativo e molto vario. Sono state prese decisioni importanti. E’ stato l’anno di Roma, e quanto mi manca… l’anno in cui io e Pietro abbiamo trascorso una serata insieme a Pete davvero molto bella, a New York. Ovviamente, è stato l’anno degli Who – Italia inclusa. Ed è stato l’anno di Indio, del mio viaggio californiano da sola in camper. Un anno anche di ospedali ed esami, di cure e di musica. Un anno di grandi amicizie. Cose impagabili e che danno speranza.

Oggi è il mio compleanno e, tra le altre cose, ringrazio una persona in particolare. Non desidero nominarti, ma di sicuro il regalo più bello è il tuo e lo tengo in pugno – e ne avrò cura. Che bello è stato conoscerti e continuare a sapere che ci sei.

 

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Il mio album del 2016 è stato questo, più di tutti gli altri. Ognuno ha le sue intime ragioni ed è inutile fare classifiche, suvvia… talvolta (non sempre) ho letto e sentito commenti sciocchi ed autoreferenziali su David Bowie e Rolling Stones, su Bruce Springsteen e Neil Young. Smettiamola. Ogni fase e ogni album contengono qualcosa, anche di “mancante” ma di unico, e nel contesto di una carriera artistica va inquadrato nel momento, nella sperimentazione, nella voglia di ribadire quanto già detto, nel periodo, nel mood dell’artista. Parliamo di questo, o magari anche di noi, ma allora ben consapevoli di ciò che stiamo dicendo. La critica non è lustrarsi sempre le penne e aprire la coda come il pavone. Le opere bisogna capirle a fondo e scostarle dalla nostra immagine dentro lo specchio virtuale, altrimenti continueremo ad essere come migliaia e migliaia di altri selfie banalissimi, che siano fotografie imbellettate o parole stagnanti. Scrivere o svolgere un mestiere, in qualche modo, intellettuale è una grossa responsabilità e può cambiare le cose. Un sassolino nell’oceano – io però ci credo ancora. E per questo motivo, sono felice di coinvolgere colleghi ed esprimere grande stima ed ammirazione nei confronti di chi svolge questo mestiere seriamente e mi insegna ancora tantissimo.

Il 2017 sarà un anno di grandi sfide, io ho ormai gettato le basi di due grossi progetti. Ci sono poi due lavori molto importanti, per la prima volta internazionali – uno musicale e l’altro letterario. Per questo motivo, ormai mi sveglio naturalmente verso le 3 di notte e mi metto a scrivere e a suonare (per fortuna, l’arpa fa poco rumore e ho vicini di casa molto comprensivi).

Il quotidiano “Libertà” per cui lavoro sta per rinnovarsi: il futuro non è scritto, ma in compenso è alle porte e tutti noi ne sentiamo la grande responsabilità.

Su tutto, verrà come sempre mio figlio. E i miei affetti. Non ho più molta voglia di serate mondane, no. Mi rendo conto che per alcune amiche gli ormoni sono accesi, il cuccaggio è sempre lì alle porte – senza volerlo, un po’ anche per me, solo che sorrido e dico “restiamo amici”, anche se si tratta di quarantenni strepitosi. L’unica cosa che desidero è restare nella mia consapevolezza, vivere i miei anni in base all’esperienza già avuta, non rinunciare ai miei valori e perseguire le cose che amo, senza distrazioni. I giri sull’ottovolante della vita li ho già fatti, ed era il tempo giusto per farli; qualche volta mi sono sbucciata le ginocchia e, se devo proprio dirla tutta, non mi sono divertita particolarmente.

Oggi compio orgogliosamente 49 anni. Mi sono svegliata con i baci di mio figlio Pietro, che è sicuramente il primo dei miei eroi, e sto per raggiungere qualcuno a me molto caro.

I mesi scorrono velocemente. Ho vari biglietti già prenotati andata/ritorno per Londra, almeno 5 (per ora), e c’è un appartamento a Brooklyn che mi accoglierà per qualche mese. Spero che tutto vada come mi impegnerò a far sì che proceda. Con tutta l’energia e la fede possibili. Faccio il tifo per me.

 

 

 

Goodbye, Real Good Looking Boy (e un forte abbraccio a Max Marchini)

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Per me, Greg Lake era legato essenzialmente alla sua ottima partecipazione come bassista alle sessioni di registrazione di Real Good Looking Boy, dopo la scomparsa di John Entwistle.

Pete Townshend possedeva, ancora per poco, l’Eel Pie Studio (che per anni è stata praticamente casa mia) e così, in riva al fiume Twickenham, con Roger Daltrey, Zak Starkey e qualche altro amico – su tutti il mitico Bob Pridden – si trovò con Lake per registrare uno dei due omaggi a John, contenuti nel Greatest Hits The Who: Then And Now (2004). L’altro brano era Old Red Wine.

 

 

Non sono propriamente una fan del Progressive, che però conosco piuttosto bene, con mie preferenze su gruppi e artisti rispetto ad altri. Ma ho incrociato nuovamente e più volte Greg Lake, come tantissimi piacentini, grazie ad una sola persona: Max Marchini. A lui, ricevuta la notizia, è andato oggi il mio primo pensiero. Non solo perché Max, con tutte le difficoltà del caso in quest’epoca di crisi, è riuscito a scuotere un po’ di nebbia padana portando a Piacenza alcuni grossi personaggi (Peter Hammill su tutti) per la sua rassegna “Musiche nuove” ma anche perché so quanto, nel corso degli anni, lui e Greg fossero diventati amici. Sinceri, al di là della reciproca stima professionale. Questo credo sia un momento non facile per Max, in un 2016 che ha già strappato a noi tutti un numero eccessivo di personalità del mondo della musica e dell’arte.

E’ a Max che si deve un album registrato al Teatro Municipale, e dedicato a Piacenza – con tanto di Dvd e bellissime fotografie di Franz Soprani. Ed è sempre grazie a Max se Lake collaborò costantemente, fino agli ultimi giorni (insignito tra l’altro via Skype di una meritatissima Laurea ad Honorem dal Conservatorio “Nicolini”), con la giovane promessa della musica contemporanea Annie Barbazza. Lake ha ceduto a Max Marchini anche la sua storica etichetta discografica, Manticore Records, trovandosi spesso all’Elfo Studio di Tavernago per lavorare insieme a Max, ad Annie, al tastierista e compositore Max Repetti e ad altri musicisti locali. Questo è un punto altamente significativo, una sorta di “addio” che può darci la misura tangibile della generosità e dello spessore di Greg Lake, anche da un punto di vista personale e non solo come fondatore dei King Crimson o negli Emerson Lake & Palmer (che, quest’anno, hanno detto addio anche a Keith Emerson).

 

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Il concerto di Lake al Municipale fu, giustamente, un po’ una festa popolare. Si trattava di un evento benefico, tra l’altro, con il sindaco Paolo Dosi che diede a Greg una targa e un omaggio della Città ed alcune parentesi parlate, basate sui racconti contenuti in una biografia firmata insieme a Max. Personalmente, avrei preferito meno suoni campionati, qualcosa di più intimo e acustico. Sono però convinta che un artista debba essere considerato non solo per una singola performance (ridotta all’osso e “misurata” rispetto a un determinato budget, tra l’altro), ma sempre nella sua globalità. Quel live che immortala il concerto a Piacenza resta forse l’ultima testimonianza di un musicista che ha fatto un bel pezzo di storia della musica. E per questo domani, venerdì 9 dicembre 2016, anche il quotidiano Libertà gli renderà onore.

It Ain’t Me, Babe (per tutte le nostre scarpette rosse)

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La dolcezza scambiata per debolezza. La fierezza scambiata per durezza. La richiesta di un rapporto stabile e alla pari definita come una rigidità e una pia illusione. Ma quando dall’altra parte, qualcuno non capisce tutto questo, il problema non siamo noi: l’incapace è lui.

Credo fermamente che la violenza, anche quella dei gesti fisicamente più estremi, non spalanchi la porta come un tifone improvviso, ma passi per di lì. Ed anche se è giusto chiedere pene più severe, sensibilizzare sul tema ed educare i nostri figli al rispetto e alla parità (con tutti, non solo “di genere”), io sono convinta che il primo passo fondamentale per tutelare noi stesse sia uno, essenziale: non accettare mancanze di rispetto. Che siano allusioni o mortificazioni solo verbali, menzogne o manipolazioni, ricatti o tradimenti. Noi donne dobbiamo imparare a PRETENDERE IL RISPETTO QUANDO MANCA. E non come fosse una medaglia al valore da conquistare a fatica, ma la base di qualsiasi relazione – in campo lavorativo, amoroso, sociale. Un ABC che il mondo non è ancora pronto ad imparare o a mettere in pratica, e questo è evidente, spesso per opportunismo e prevaricazione. Due segnali che, nella realtà, non vestono altro che una profonda paura e vigliaccheria. E per favore, non viviamo come amebe nell’attesa dell’osso che ogni tanto ci tira la stessa mano che poco prima ci aveva bastonate: certe persone NON CAMBIANO!

Ricordiamoci bene che gli uomini per bene, e risolti, ci sono eccome! (NB: fanno l’amore infinitamente meglio degli altri perché sono presenti alla compagna e molto più generosi). E che non saremo noi a renderli tali. Men che meno “cureremo” i mali arcaici di chi ci dà botte e poi chiede scusa, di chi ci tradisce e pretende che non lo lasciamo, di chi ci giudica in base ai parametri della pornografia e crede pure di essere furbo. Siamo incappate in uno così? Vogliamo smetterla di “dannarci” l’anima e di rispondergli ogni volta che chiama? Ma un bel Vaffanculo definitivo, no?

Vogliamoci tutte più bene, iniziamo da piccoli passi e se non ci riusciamo da sole, chiediamo aiuto. Non sempre è facile perché ciascuna di noi ha il proprio bagaglio di storie, insicurezze e momenti difficili. Ma sta a noi non gettare i nostri valori, e il nostro valore (se ne abbiamo), nelle mani di porci violenti. Che non cambieranno, neppure se il nostro amore è sincero e puro. Perché loro, l’amore non sanno riconoscerlo.

E allora… se uno ascolta la Sesta di Mahler e rompe il vinile perché il suo animo bacato è convinto che il massimo sia Mengoni, la colpa non è del buon vecchio Gustav. Lasciamolo nella melma dei suoi limiti egocentrici.

Si arrabbia perché non siamo come vuole lui? E chi se ne frega! NON È UN NOSTRO PROBLEMA