Harlem dice addio alla sua Regina: 600 miglia di lacrime e di musica per Aretha Franklin

Una mattina ti svegli e decidi di andare a Harlem senza un motivo particolare. Vai verso quel luogo in cui, fino a qualche anno fa (ma forse anche oggi), le guide turistiche ti dicevano di “guardare dal pullman, facendo al massimo una sosta breve perché può essere pericoloso”.

Sì, sei arrivata. Appena metti fuori il naso dalla subway, scopri che esiste una chiesa che si snoda in verticale sopra a un McDonald’s. Di sicuro non hai sbagliato strada. Il posto è questo e un’insegna stradale inequivocabile te lo dice subito, ti ricorda chi era Martin Luther King quasi sbattendotelo all’altezza del naso mentre tu ti senti effettivamente in minoranza. Prosegui, ipnotizzata da un vento caldissimo che odora di salsa, spezie, sudore, incenso, vaniglia. E ti ritrovi avvolta dalle lacrime che grondano lungo gli occhi di tantissime persone accorse all’Apollo Theater per piangere Aretha Franklin.

Da giorni sembrava essersi aperta una gara – di pessimo gusto – sui social: Aretha come Marchionne, chi prima posta il lutto riceve più like. Certo, era facile immaginarsi il peggio però Harlem non ha gufato prima del tempo. Niente affatto. Si è spinta tutta lì oggi, trafelata e di prima mattina. Un po’ come me, che a dire il vero ciò che era accaduto l’ho intuito a metà strada. Quando, giunta da Brooklyn all’Atlantic Avenue per infilarmi nella metro 5, sulla pedana ho visto una grossa, giovane donna di colore che, facendo svolazzare tra le mani un foulard con sopra la faccia stampata di Aretha Franklin, gridava: “Jesus loves you, He loves everyone and God bless Aretha!”

È allora che ho capito. Queste righe non vogliono essere un lungo, wikipediano coccodrillo e neppure un’esaustiva relazione sul Soul, sulla vita privata e artistica di Aretha Franklin e su quanto abbia rappresentato, a livello artistico e socio-politico, la sua figura in America e nel mondo (suggerisco piuttosto la collana dedicata al Soul curata per Vololibero da Alberto Castelli, uno che di quel mondo e di artisti come Aretha Franklin tratta sapendo bene quello che dice).

E se New Orleans sembra lontana, qui a Harlem con le lacrime si balla e con gli addii si fa festa. Si mangia e si beve e ci si siede fuori dai negozi con radioloni che pensavo fossero spariti negli anni 80, per far sentire a tutti la voce di Aretha. Note su note che s’incrociano e si sovrappongo da un metro all’altro. Le hit ci sono tutte, la gente balla e piange. Un vecchio elegante vestito di nero con una lunga barba bianca si trascina col bastone. Donne dagli enormi sederi, fasciate in abiti gialli e turbanti setosi, ancheggiano. Vecchie e giovani. Qualcuna alza le mani al cielo, altre cantano insieme ad Aretha, qualcuna si copre il viso con una sciarpa e si arrabbia quando arriva la flotta delle televisioni e cercano di inquadrarla.

Così, per circa 600 miglia. Si cammina piano, tra materassi appoggiati al muro e bancarelle su cui si espongono collane dorate con crocifissi enormi da portare al collo, abiti afro usati di terza generazione, scarpe da running e dentiere di brillanti. Sono usciti tutti, tutti quanti per lei. Sono scesi da casette fatiscenti – anche se improvvisamente un letto a baldacchino completamente dorato fa sfoggio da una vetrina – con i condizionatori arrugginiti alle finestre. Una strada lunghissima e dai colori caleidoscopici, in cui il lato East è global, con tanto di banche e grandi magazzini, mentre quello West è fatto di carcasse ai bordi delle strade, cartomanti che improvvisano legamenti d’amore, homeless che dormono sopra fogli di giornale, lavori in corso, piccole fisarmoniche per bambini che spuntano da una cantina e barbieri specializzati in capelli afro.

Una parruchiera si chiama Lady Love e quell’entrata un po’ buia sembra uscita dalla Times Square degli anni 70, lascia trapelare qualche dubbio, chissà cosa ci sarà dentro, chissà cosa accadrà al primo piano… Passando davanti alla porta, ci avvolge un forte profumo di fumo e un rapper all’angolo mi fa l’occhiolino e mi chiama Cher. “Magari!” “Sì, io l’ho incontrata. Stessi capelli ma biondi. You, italian Lady Love”.

Apollo Theater. Prima dell’arrivo dei media, si radunano alcuni musicisti locali. Una bella ragazza è accorsa per cantare accompagnandosi con un tamburello. Cinque rasta stanno montando una batteria. Ed ecco un messicano con chitarrona e sombrero. Poi, via tutti. Allontanati per far posteggiare le tantissime troupe televisive. Inevitabile, del resto. C’è anche un collega della Rai, a dire il vero un po’ imbarazzato, che ferma gente a casaccio. Forse non s’interessa tanto di musica, per fortuna è accompagnato da un cameraman che sembra sapere il fatto suo. Inevitabilmente, c’è chi sgomita per farsi intervistare mentre io e mio figlio Pietro “no, grazie”, scivoliamo via, anzi dentro l’Apollo, visitando il Gift Shop (ovviamente) aperto.

A fare gli onori di casa, sull’uscio, c’è uno degli attuali gestori. Ricorda Aretha, parla dell’Apollo oggi, le telecamere impazzano per inquadrarlo. “Non siamo il Madison Square Garden, ma di certo la ricorderemo degnamente. Questa era casa sua”. E la gente, la straordinaria gente di Harlem, questo lo sa benissimo perciò è venuta a dire “grazie di tutto e addio” a una vera Sister per ciò che ha rappresentato. Gente come la nonna che ha portato qualche fiore, tenendo per mano una nipotina con treccine deliziose. Avrà 4 o 5 anni e osserva, serissima, l’immagine di Aretha accanto alla mattonella ricoperta di fiori, che le è stata dedicata all’entrata del teatro.

Gente come la fila di motociclisti – di quelli che davvero sembrano un po’ brutti e cattivi – che invece posteggia più avanti e poi tutti in coda, silenziosi, per lasciare una rosa. Un ragazzo lascia il suo berretto. Poco lontano, si sta organizzando una vendita di Cd dedicati agli artisti della Black Music, di quelli messi dentro alle bustine di plastica con le copertine originali fotocopiate. Intravedo Michael Jackson e Norah Jones. Qualche metro indietro, si sta organizzando un evento serale. Un concerto. Forse inviteranno i musicisti arrivati di prima mattina, nei loro occhi scorgo un barlume di luce e di speranza mentre qualcuno glielo propone. Il palco è già pronto.

Sulla via del ritorno, le canzoni continuano a spuntare da ogni parte e si sovrappongono alle campane della chiesa del viale dedicato a Malcolm X. Perché dietro a Harlem c’è una grandissima storia di musica e dove c’è una grandissima storia di musica, c’è sempre e inevitabilmente una grandissima storia di uomini.

Aretha era una donna enorme, in tutti i sensi. Lo era nella voce. Lo era nella potenza del suo sguardo. Lo era nel magnetismo. Lo era nell’energia. La sua vita è forse stata meno drammatica di quella di Billie Holiday, ma di certo altrettanto dura e molto complessa. Per cantare in quel modo, per esprimere quella musicalità, non basta possedere il talento naturale che, sin da piccola, ha baciato Aretha in fronte. Bisogna avere un’anima grondante. Possente. Tumultuosa. E aver conosciuto il dolore.

Un po’ come l’anima straordinaria della gente di Harlem, che alla fine abbraccia me e mio figlio, sconosciuti e un po’ dispersi lungo strade sempre più sconnesse, con montagnole di bitume nero ancora semiliquido che brucia la suola delle scarpe. Mi fido e accetto un sorso di té aromatico da un ragazzo che me lo offre per strada. Lo prepara lì per lì, con un bollitore e del ghiaccio su un’asse di legno che tiene sulle ginocchia. E allora, contravvenendo al primo ammonimento della mia educazione (“Non accettare le caramelle dagli sconosciuti!”), ripenso alle paure che dividono, che umiliano, che distruggono. Ripenso a un mondo che sembrava lontano e che invece è ancora qui. E altrove. A consolarmi, c’è l’eco del battito di questo profondo coinvolgimento popolare, nella sua diversità, così lontana e così vicina. A quattro fermate da qui, si ritorna sulla Lexington, dove Manhattan appare di nuovo improvvisamente lussuosa, cool e furiosa nella sua bellezza incasellabile. Qualcuno ha scritto una frase sull’asfalto, l’ho fotografata e ve la passo: è perfetta per oggi. L’America ha due cuori, uno è nero e l’altro, probabilmente, è donna. But Love Is One.

Annunci

Roger Daltrey si racconta

Sul nuovo numero di Classic Rock in edicola la mia intervista a Roger Daltrey degli Who e altri articoli imperdibili. Prossimamente sulle stesse pagine la mia chiacchierata con Wilko Johson, esempio tangibile di quanto il rock sia vivo e faccia bene. A chi lo ascolta e a chi lo fa. Buona luce.

I’m Going Mobile

12093328_1707621442788158_768466177_n

Ecco l’approdo della mia estate 2018. Sono un tipo fedele.

Qui sotto, qualcosa forse manca – ma, potete giurarci, qualcosa aggiungerò. Vi spedisco le mie prime cartoline.

Lo so, da questo blog (e non solo) manco da un po’. E mi scuso, soprattutto con gli amici che mi invitano di qui e di là. Il fatto è che sto finendo un master universitario, sono agli sgoccioli ma dentro a un imbuto. “And there’s no time to think”, come canta quello là (che il tempo per andare a vederlo a Mantova l’ho trovato, eccome!)

Dunque, ciao. A presto. Magari lì sotto, nella bolgia o su poltroncine vellutate. In ogni caso, questo è ciò che farò da grande. E voi?

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

 

Ciao Antonio, maestro della Gioia

Maestro Abreu, mai come in questo ultimo anno – in cui ho ripreso in mano i miei studi musicali e iscritto mio figlio al Conservatorio – ho pensato a te e a quanto la musica abbia cambiato la vita di tantissimi giovani. Sei stato un rivoluzionario delle periferie, ma forse sarebbe meglio definirti un sognatore che ha cambiato una parte di mondo da un’idea. Lo ha colorato, gli ha dato il pane e le rose nel cuore, dove prima c’erano povertà e solitudine.

Io appartengo a una fase della vita in cui i sogni sembrano un’inutile distrazione, ma tu continui a indicarmi la differenza tra un’illusione solitaria e un sogno collettivo. Il bene, alla fine, richiama il bene. E tu ci hai lasciato tanta, tanta, tanta gioia della musica. E, naturalmente, ci hai “regalato” Gustavo. Voglio dirti che il mio primo pensiero adulto è stato la convinzione che la musica sia un linguaggio straordinario di realizzazione personale e di pace, e voglio dirti che questo pensiero sarà anche l’ultimo che avrò.

Grazie!

“Heartbreak – La cosa vera”: vi aspettiamo giovedì 11 gennaio al Teatro Gioia

Quando un celebre drammaturgo inglese, stimato e sposatissimo, perse la testa per un’attrice di soap. E decise di scriverci sopra una pièce, sinora inedita.

Alle ore 21. Per trovare le differenze.

Con un cast appassionato – e una macchina da scrivere – diretti da Carolina Migli Bateson.

Dopo un felice debutto milanese, si gioca in casa (ma ci hanno già richiesti in giro, quindi saliremo sul Magic Bus). Cogliete l’attimo!

Per capire cos’è l’amore secondo Tom Stoppard ossia “un mistero illogico e impalpabile, impossibile da trattenere con la volontà, e che un giorno volerà via”.

Eppure, va bene anche così.