Sospesi tra le onde

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Le onde del destino di Lars Von Trier è il mio film preferito. Non uno dei preferiti, IL PREFERITO.

Bess ama in maniera totale, inquietante nel suo andare incontro a una dolorosissima dissolvenza per salvare il marito che ama profondamente e che si trova intubato in un letto di ospedale.

No, non amo chi si distrugge in nome di un amore “malato”. Il film non parla di questo. Bess è una persona a suo modo coraggiosa e di grande Fede: è convinta che ad ogni gesto autodistruttivo, corrisponda una compensazione per l’altro. Come il ritorno dell’onda, che toglie e che dà. Come la vita.

Il film di Von Trier e Quadrophenia hanno in comune una cosa: una scogliera a picco su un  mare tormentato. Se non avete mai ascoltato il mare da soli, qualche volta, cercando una  risposta forse non capirete.

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Who’s Next è sicuramente il disco della mia vita ma Quadrophenia è quello del mio cuore. Negli ultimi tempi, soffro di extrasistole. Sono battiti cardiaci prematuri. In parole povere: ho un cuore che lavora più di quanto dovrebbe. Indovinate quale musica si accompagna benissimo a questo metronomo…

Una volta mi è stato chiesto: “Cos’è Quadrophenia per te?” Ero convinta di aver dato una risposta sensata, ma ho capito che era incompleta solo qualche giorno fa a Londra, quando gli Who hanno spezzato in due il mood del loro bellissimo concerto con un Medley particolare di Quadrophenia. Quello è stato il cuore di tutto il concerto. Perché sì, i concerti possiedono un cuore – e se non ce l’hanno, allora è meglio girare i tacchi e tornarsene a casa.

E pensare che quando gli Who tornarono in tour per celebrare la rock-opera senza John, io presi le distanze (non dal fatto che Pete e Roger continuassero senza di lui ma proprio per il fatto che proponevano interamente Quadrophenia senza di lui). Ricordo un lungo dialogo con Pete sull’argomento.

Non ho cambiato idea: di quel tour possiedo il Cd e il Dvd ma se ne stanno lì, in libreria.

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E’ difficile spiegare certe sensazioni. Riassumo: il mio primo reunion tour con gli Who fu proprio Quadrophenia, quello che prese forma nell’estate del 1996 a Hyde Park, sotto un cielo ventoso di brina. In mezzo alla folla, non troppo vicina al palco, mi ritrovai più volte a pensare: “E’ il tuono oppure il suono del suo basso?”

Lo stesso accadde molte altre volte. Quell’uomo silenzioso, John Entwistle, non lo conoscevo granché e in tanti potrebbero dire lo stesso. Faceva vita separata dal resto della compagnia ma era sempre garbato e gentile, soprattutto con i fan. Riusciva ad essere profondamente triste e a sorridere nello stesso tempo, e quella sua voce cavernicola ti penetrava dentro come un laser. Occhi attenti, i suoi. Si muovevano come una di quelle telecamere al rallentatore che fissano tutti ed ogni cosa.

Ripensandoci, forse devo le mie extrasistole un po’ a quel suono – e ne vado fiera.

 

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Uno dei momenti essenziali della mia vita è stato quando, per la prima volta, ho capito che ero sola al mondo. Avevo 14 anni e in quel momento, sentendo il mondo diverso e distante da me, mi sono ritrovata e ho desiderato parlargli. Per capirlo o, magari, andarmene via.

Quel momento ha nuotato su molte altre onde. E’ tornato come schiuma sui miei piedi con una regolarità impressionante. Mi ha sopraffatta nei lutti, ogni volta senza concedermi la possibilità di un addio. Mi ha travolta quando stavo per dare alla luce mio figlio e ho capito che solo da un mio respiro poteva dipendere la sua vita. Mi ha assalita l’altra sera all’Arena di Wembley, mentre sedevo solitaria a lato del palcoscenico.

Quella cosa, però, l’avevo già capita. Una chitarra può grondare di lacrime, urlare di gioia, vibrare di estasi. Può tirarti a sé con tutta la forza possibile o respingerti ferendoti l’anima. Quella cosa lì, io già la conoscevo. Ed è una delle poche cose che non fanno sentire soli.

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Jimmy tra quelle onde non abbandona la sua adolescenza, ma la sua innocenza. Jimmy da quella scogliera non lancia la sua vespa, ma volta la sua pagina. E sempre nel dolore, si perde e si ritrova.

Jimmy è uomo e donna. E’ senz’altro un po’ Pete, che lo ha pensato per raccontare i suoi fan ma anche gli Who. Jimmy è tutti noi, che da quel mare rock rinasciamo più volte – o tentiamo di farlo.

In Quadrophenia, quel canto finale di Roger è una lancia che strazia il cielo. Fulmini si rincorrono come le immagini della storia umana degli ultimi 80 anni scorrevano mentre gli Who proponevano il loro Medley. La loro storia. La nostra storia. In tutto questo mare di musica, c’erano persino Wagner e gli Esistenzialisti, la spiritualità e la carne, la vita e la morte.

E c’era una volta Jimmy, seduta sola a lato del palcoscenico, che continuava ad ascoltare il suono delle onde del mare, anche quando gli anni passavano e la vita le si faceva sempre più stretta. C’era una volta Jimmy con gli stessi lunghi capelli biondi di un tempo, che tornava nei suoi luoghi amati e sognati. Faraway, so close. 

E c’era, una volta ancora, Jimmy che aspettava il ritorno delle onde. Jimmy che le cavalcava, spesso in senso contrario, perché il destino sorridesse a chi amava. Onde di stelle e di desideri.

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Is it me, for a moment?

The stars are falling.

The heat is rising.

The past is calling.

See Me

C’è chi ci vede subito, mentre in tanti non riescono a farlo. Anche se gli accendiamo un faro in cima al naso, non ci vedranno mai per ciò che siamo. Quindi, noi perderemmo solo del tempo prezioso.

Le persone che ci vedono, arrivano tramite un evento raro e anche un po’ magico: L’INCONTRO.

A me è accaduto 35 anni fa: quella persona è stata subito in grado di vedermi, diventando uno degli uomini più importanti della mia vita. Naturalmente era accaduto anche con la sua musica straordinaria (sì, anche la musica ci vede) e con i suoi straordinari compagni di avventura.

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Un po’ è accaduto lo stesso quando Francesco Lucarelli (che è l’autore di questa foto ed è  a sua volta un musicista) mi ha invitata a strimpellare l’arpa insieme a lui. Non avrei mai pensato, quella sera in un borgo reggiano disperso nella nebbia, che un giorno avremmo condiviso un momento tanto bello, insieme a Isabella e ad Antonio. Perché sì, i momenti belli sono quelli veramente condivisi. In cui tutti, nessuno escluso, se ne tornano a casa con il cuore un po’ più caldo e i pensieri un po’ più lievi.

In quanto a me… io non so ancora cosa farò da grande. E l’ironia della sorte è che, spessissimo, chi mi incontra anche solo per poche ore pretende di inquadrarmi subito. A metà tra una rock-girl e una mamma single. Peccato, io sono io e dentro di me ci sono misteri. Tanti.

Ma onestamente, a me basta essere stata “vista” da Pete per ciò che sono, né più né meno. Per questo so che il nostro è un abbraccio sincero. Siamo tutti capaci di abbracciarci, o di metterci sdraiati a pomiciare, solo che “esserci” è diverso dallo “starci”.

Dopo due giorni con il sorriso stampato sulle labbra e il cuore ballerino, sto pensando di scrivere qualcosa di forte e di poetico sul Medley di Quadrophenia: è stato il cuore del concerto a Londra (13 febbraio 2016), ma è anche il cuore di una lunga storia. Una sorpresa, in questo tour già iniziato l’anno scorso, suonata e proposta in una maniera wagneriana, mentre le immagini degli ultimi 80 anni di mondo  si rincorrevano sullo sfondo e una chitarra lancinante tagliava la notte come un’orchestra impazzita.

Ci rivediamo a New York, caro Pete. Altro che, se ci VEDIAMO.

ps: andatevi un pochino a studiare le varie sfumature dei significati del verbo TO SEE in inglese. E chiedetevi: in quanti vi vedono? E quanti siete in grado di vedere voi?