Tra Classic Rock e la BBC

Sul numero di ottobre di Classic Rock, con copertina dedicata ai Nirvana, trovate un’intera (!) pagina in cui il bravo Lucio Mazzi mi intervista, in attesa dell’imminente uscita del mio nuovo libro su Simon&Garfunkel. Presto scriverò un post con dettagli, date e luoghi dove si terranno alcune presentazioni. Non saranno tantissime e nelle righe seguenti scoprirete il perché.

Sempre a proposito di Classic Rock, vi segnalo su questo numero un bellissimo articolo di Renzo Stefanel dedicato a Keith Moon, un musicista – non solo un “personaggio” – da celebrare indipendentemente dagli anniversari.

Nel prossimo numero della rivista (novembre) troverete invece una mia lunga intervista a Elvis Costello, che mi ha voluta tra i giornalisti autori dello speciale che la BBC Radio 4 di Londra gli ha appena dedicato. L’esperienza è stata molto positiva, oltre che lusinghiera, e mi è stata proposta una consulenza per realizzare le interviste del programma di Jools Holland. Si tratta di un lavoro di ricerca e preparazione delle domande agli artisti e alle band che vengono ospitate di volta in volta. Sto organizzando la mia vita su più fronti, ma – come canta il mio adorato Lindsey Buckingham, che purtroppo in questo periodo non potrò seguire in tour – I walk a thin line: quando non faccio la mamma scrivo (o impagino), quando non scrivo suono le percussioni (ho appena superato l’esame di ammissione al triennio di I livello al Conservatorio), quando non suono mi sposto a Londra in giornata, riuscendo a rientrare col volo delle 6.50 del mattino seguente per sedermi puntuale alla scrivania, in redazione a Piacenza, e andare a prendere Pietro quando esce da scuola alle 13. Poi c’è un’imminente tesi di laurea sul rapporto tra Musica ed Empatia, fortemente ispirata dalle lezioni del professor Giacomo Rizzolatti, un luminare che mi ha insegnato, tra le altre cose, l’umiltà e la passione nel condividere grandi obiettivi. Una parte in un film appena girato, monologhi teatrali, minestroni da preparare e da mettere in freezer per l’inverno.

Potrei dire di essere felice, e in effetti è così, ma credo che dovrò ritagliarmi spazi di riposo. Riposo e basta. Non so come, ma in tutto questo c’è anche la voglia di stare con i piedi sul tavolino e rilassarmi – stato al quale ormai ambisco profondamente senza tuttavia approdarvi. Si fanno avanti molti incontri eccitanti, ma poco tempo per coltivare amicizie. Magari riusciremo a vederci in qualche presentazione, sarebbe bello.

Ringrazio sin da ora chi riserverà attenzione al mio libro. Che queste mie parole siano una vigorosa stretta di mano.

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Il mio concerto dell’anno è già qui (donne che corrono coi lupi)

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Ormai dovreste saperlo, che questo è il mio luogo privilegiato in cui svelare certi segreti…

Dopo l’annuncio a sorpresa di un concerto che Peter Wolf avrebbe tenuto al Lincoln Center di New York, mi sono attaccata al telefono per discutere 2 ore con un’addetta alle prenotazioni Alitalia. Tono della chiamata: urgentissimo, per non dire disperato. Minacciosamente, sono riuscita ad anticipare il mio volo di un giorno, senza penali. Il motivo (per me, in effetti, urgentissimo) era che io quel concerto non  potevo perdermelo. Con tutti i pro e i contro del caso.

Eccone alcuni.

Pensavo di aver visto degli strabilianti Rolling Stones a Londra, con  Mick Jagger e Keith Richards in formissima. Così è stato, ma Peter Wolf li ha un pochino annebbiati. Credevo che il mio concerto dell’anno fosse quello di Paul Simon a Londra. Emozionante, ma Peter Wolf l’ha un pochino annebbiato. Per non parlare degli altri che mi sono piaciuti: Bonnie Raitt, James Taylor, David Byrne…

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Mi sa tanto che di Peter Wolf, io sia un po’ innamorata. L’ho sempre adorato nella J. Geils Band e ho invidiato, a ritroso, Faye Dunaway per essere stata la sua prima e unica moglie mentre io frequentavo  ancora le elementari (meritatamente, d’accordo).

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Ho iniziato a seguire Peter (sarà il nome?) come solista, negli anni ‘80.

NB: guardatelo nei video dell’epoca su YouTube e ditemi se non era l’uomo più sexy dell’universo.

Negli ultimi anni, Wolf mi ha deliziato con  album bellissimi e densi di canzoni struggenti, introspettive, mordenti anche se trattano di solitudine e vecchiaia. Di quanti potremmo dire lo stesso?

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Sul palco, oggi Peter Wolf è un omino magrissimo e instancabile, con un’enorme massa di capelli troppo neri. Possiede un magnetismo animalesco e  una musicalità suadente. Probabilmente ha pure inventato l’Hip Hop e in pochi se ne sono accorti (però mi prendo il merito di essere tra quelli e di averci scritto sopra una cover, parecchi anni fa).

Lo adoro anche perché, a Boston, di recente ha risposto così a un giornalista che gli chiedeva se il Rock è morto: “Ma insomma, gira quest’idea che il Rock sia una roba da giovani. Ma il Rock lo abbiamo inventato noi, perbacco, io e qualcun altro con me e prima di me. E siamo ancora qui. Perciò che volete???” (la foto sotto è voluta, c’è chi è ancora qui e non se ne andrà mai e Peter lo omaggia ad ogni concerto).

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Peter Wolf ha 72 anni e  una voce a cui non potrei mai resistere. Se potessi, lo supplicherei di prendermi e di portarmi via con lui – anche senza Viagra e non lo scambierei con tre fustini di 25 anni, come nella vecchia pubblicità di “Carosello”.

Battute a parte, in un mondo migliore Peter Wolf sarebbe popolarissimo e amato quanto Bruce Springsteen e Mick Jagger (che non hanno colpe ma solo meriti), invece non è ancora entrato nella Rock and Roll Hall of Fame – il che è ignobile da un lato, ma dall’altro me lo rende ancora più amabile.

Caro vecchio Lupo del Bronx, sappi che io metto te sul podio nel 2018.

E dato che sei single (e ci scrivi sopra canzoni piene di sofferenza), facci un pensierino…

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