Un anno di musica e di amicizia

L’anno che sta per chiudersi è stato per me soprattutto all’insegna dei viaggi, dei concerti e degli amici. Ho letteralmente riscoperto parti di me attraversando chilometri e chilometri di mondi e condiviso con persone, ritrovate o conosciute, un percorso interessante ma non esente da scogli. Grazie! Senza di voi, non sarebbe stato lo stesso.

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Ricambio, sin da ora e una volta per tutte, i vostri auguri di Natale e di buon compleanno. A questo proposito, lancio un invito a chi si troverà a Londra, Covent Garden, ai primi di gennaio.

Essendo nata il 31 dicembre, raramente mi è capitato di festeggiare degnamente il mio compleanno. Quest’anno però un amico ha pensato bene di organizzare, all’interno di un evento musicale ideato per festeggiare David Bowie – che, del resto, è del capricorno come me – anche un brindisi con torta gigantesca per il mio compleanno. Così, il 7 gennaio (spostando la festa di 7 giorni) ci sarà anche la mia festa, tra concerti dal vivo – su tutti, l’esibizione di Morgan – e l’ascolto dell’album Black Star allo scoccare della mezzanotte, in collaborazione con la Sony.

Se volete partecipare, scrivetemi in privato.

I’m so thankful that we’re strangers when we meet…

 

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Innocent when you dream

Uno dei romanzi che ho amato di più è Il museo dell’innocenza di Orhan Pamuk. Parla di un amore, erotico e dell’anima, che deve affrontare l’impossibilità di una realizzazione ma che, tra costernanti attese e dolorosi passaggi, verrà infine cesellato nell’eterna esposizione di oggetti e ricordi.

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La storia che sto per raccontare non è erotica né, grazie al cielo, immobilizzata in vetrinette. Eppure si basa sull’innocenza perché l’innocenza scaturisce sicuramente dai sogni, come ci ha insegnato Tom Waits, ma lo fa per trasformarsi in azione concreta. Un conto è l’innocenza dei sogni, tutt’altra cosa la loro inutilità.

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Prendete una spoglia periferia qualsiasi, ma di quelle particolarmente silenziose, che la notte svuota come una bottiglia rovesciata a terra. E prendete un centro sociale, che dal di fuori somiglia a un modesto capannone. Ci potresti piazzare dentro degli attrezzi da lavoro, magari delle vecchie lavatrici arrugginite. Ci potresti trovare materassi puzzolenti e con i buchi, o magari delle siringhe usate.

Invece immaginate che alcune persone, qualche anno fa, si siano messe a pulirlo e a riordinarlo. A dipingere le pareti, portando ciascuno un mobile da casa propria o un cuscino o anche solo un’idea.

Immaginate di vederlo trasformato in una piccola sala prove, con pannelli che scivolano e dividono in due lo spazio. Dietro, un piccolissimo bagno e una stanza dove si può mangiare e ridere e chiacchierare attorno a un tavolo, seduti su sedie di fortuna, tutte diverse l’una dall’altra.

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Immaginate gente che ride, che si prende a cuore la questione. Che invita musicisti (validissimi) a suonarci. Gente che magari si chiama Filippo Gatti e Federico Fiumani. O Andrea Chimenti, per esempio.

No, questa non è una recensione, quindi se non sapete di cosa parlo, muovete il culo e correte a comprarvi i loro album, che la vita è una sola!

E poi attori, maestre, volontari che aderiscono  non certo per denaro – né per ricevere consensi particolari – ma per il piacere di condividere l’innocenza di un sogno, scacciando via la sua inutilità.

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Mi ha accompagnata in questo luogo un amico a cui voglio molto bene, Sasà Costantino. Uno di quegli amici che non riesci a vedere spesso ma che porti con te silenziosamente, come una vecchia fotografia dentro al portafogli, e che grazie a Facebook (che per certi versi sarà pure cazzoso ma per altri è uno strumento dalle eccezionali possibilità comunicazionali) mi sorride virtuale, mi interroga, mi chiama all’ordine o mi invita. Proprio come è accaduto l’altra sera, a Monterotondo.

Non mi interessa stendere qui il curriculum animae di Sasà, anche se lui è talmente buono che sorriderebbe alla mia ingenuità, e insomma probabilmente non mi scriverebbe “che cazzo ti salta in mente di fare un post su di me”. Forse

Piuttosto voglio raccontarvi quello che ho visto, in elenco. Come gli oggetti del Museo dell’innocenza di Pamuk. Però vivi, non fantasmatici o polverosi.

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C’erano luci che improvvisamente tagliavano scorci nel gelo nero. E porte che si aprivano senza chiederti la carta d’identità. Brocche d’acqua distribuita gratuitamente e qualche birra venduta per sostenere minime spese di gestione.

C’erano bambini dai lunghi capelli ribelli che guardavano il batterista con la bocca spalancata. E madri che li sostenevano ai primi sbadigli tardivi. Maestre che imbracciavano la chitarra in mezzo ai ragazzini che avrebbero ritrovato l’indomani a scuola.

C’erano appelli su una bacheca di legno: corsi di musica e per mediatori culturali, progetti per centri estivi e ritrovi. Orari e attività, chi vuol bussare alla porta dei sogni venga e gli sarà aperto.

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C’erano pedagogisti e altri professionisti in jeans e in felpa, di quelli che quando chiudono bottega alle 3 del mattino già si mettono d’accordo per riaprire l’indomani. Anche se li pagano (poco) ogni tre mesi, quando va bene.

C’erano fidanzati e gruppi di maschi barbuti in platea, dove per platea s’intende un pavimento, e ragazze con la minigonna nera del sabato sera e il mascara che fa brillare le ciglia. Golfini avvolgenti e sedie a rotelle, stampelle e teglie di lasagne al forno.

C’erano musicisti coi fiocchi che si sono un po’ raccontati, come a voler lanciare una corda immaginaria al pubblico per non sembrare troppo distanti nel loro essere già totali attraverso la musica. Una musica interiore che però appartiene anche a te, come una fata puttana generosissima. Il suo incantesimo suscita eterno amore e non esiste antidoto. Una musica che salva la vita a tutti, a chi la dà e a chi la prende, come quando si va a donare il sangue e poi ci si stringe la mano con gli occhi dentro lo sguardo di chi lo riceve.

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C’era molto Natale, in quella serata di Festival a Monterotondo. Si capiva benissimo che il resto dell’anno non era da meno, solamente con una strada molto in salita. Di quelle che, a volte, ti tocca esternare il tuo disappunto perché un ragazzino disabile non ha l’assistente ed è costretto a tornare a casa con le lacrime agli occhi.

C’era molto Rock, in quel Museo dell’innocenza. Tanto che il fragore della volontà, alla fine quelle quattro lire le ha fatte saltare fuori e il ragazzino ha potuto frequentare il centro estivo. E così, è accaduta una Quadrophenia: il ragazzino non è rimasto solo, gli altri hanno potuto confrontarsi con l’unicità preziosa di un nuovo amico, una madre dalle spalle robuste ha tirato un sospiro e i politici locali hanno dimostrato di saper rimediare a un errore.

Cosa ci abbia guadagnato Sasà, e con lui i suoi collaboratori, io non gliel’ho chiesto però credo di saperlo. Si chiama sorriso del cuore ed è più contagioso dell’HIV.

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4!

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Non è facile scrivere di John. Per me è come trovare le parole più intime e trasformarle in racconto. E’ stata una bella sfida farlo, quest’anno.

John è stato il primo (in tutti i sensi, non solo per quanto riguarda il libro che ho chiuso di recente), ma poi sono arrivati tutti gli altri. C’era Paul, con la sua sconfinata discografia da riascoltare nel tentativo di estrarre qualche dettaglio che non fosse stato già scritto da altri. C’era George, che in questo momento sento particolarmente vicino poiché ho iniziato a meditare (grazie ad Alessandra Izzo, c’è sempre un’anima che ci allunga la mano e ci accompagna, quando accade di aprire una nuova porta). E c’era Ringo, con le sue infinite collaborazioni e la sua ricca discografia, che in Italia non era ancora stata raccontata.

Questo per anticiparvi che, all’inizio del 2016, uscirà un mio libro sui Beatles solisti, diviso in quattro, basato su argomenti specifici e sulla discografia di ciascuno. John, Paul, George e Ringo meriterebbero un’enciclopedia a testa, ma partendo da un’idea più “modesta” la mia scrittura è stata sempre sorretta da un grande amore. Amore vero e generoso. Lo stesso che tantissimi fan provano nei confronti dei Beatles, che hanno influenzato la vita di noi tutti – anche chi non lo sa o non lo ammette, deve loro qualcosa.

Ne saprete di più, quando sarà il momento. Nel frattempo, sono presissima dal mio prossimo libro, che devo scrivere direttamente in inglese e che, se tutto va bene, girerà il mondo. E’ una buona chiusura e un perfetto inizio, quello che sta per aprirsi all’orizzonte.

Ringrazio anticipatamente tutti coloro che hanno collaborato e collaboreranno (spero) al prossimo libro. Anche in questo caso, i dettagli emergeranno strada facendo. Ringrazio soprattutto mio figlio, che è la luce fondamentale di tutte le mie scelte. E ringrazio gli Who, che mi daranno l’opportunità di girare un pezzetto di mondo anche il prossimo anno, rinnovando un rapporto di fiducia sul quale si basa il 70% del percorso che ho intrapreso sino ad ora.

Quest’anno, c’è stato un “angelo in terra” che si è spesso preso cura di me, aiutandomi davvero moltissimo anche per quanto riguarda l’ultima avventura letteraria. Si chiama Alberto Dosi e voglio dirgli una cosa: il senso di tante emozioni, ascoltate e descritte, attese e condivise, sarebbe stato inutile senza poter contare sulla tua amicizia. Ti considero un fratello e ti dedico questo blog.

And in the end, the love you take is equal to the love you make

Sì, Alberto. E’ proprio così.