Fantasie di stupro e “freddure” da mediatori culturali (?). Due o tre cosette sulla sessualità femminile…

35ecc5462d2ceffb8341f9b7181081cf

Ci ho pensato un po’ su, al punto che ho cercato persino di non pensarci. Ma non posso evitare di esprimermi. Sapete di cosa sto parlando, vero? Di quella frase priva non solo di etica minimale, ma anche di un senso civile di base (che c’entra nulla con i libri sui quali si è studiato, piuttosto con una cultura dei valori umani che ogni paese e civiltà possiedono, nei secoli dei secoli) sull’orrido e recente atto dello stupro, con l’obiettivo di sostenere “scientificamente” che alla fine non sarebbe poi tanto “sofferto” da una donna.

Bene, anzi malissimo. Mai avrei immaginato di dissertare sulla “questione femminile” in questo blog un po’ rock e un po’ mammolo, eppure, come si suol dire, certi pensieri si fanno urgenti: è come un groppo in gola attaccato a una corda, che ad un certo punto qualcuno tira e tira e tira fuori e finalmente si respira senza morire.

Onde evitare di ribadire la deprecabile eco della famigerata frase, espressa al fine di giustificare (ancora una volta, sai che novità!) un atto di violenza sulle donne, concedetemi qualche spiegazione personale sul “genere” di cui faccio parte.

Sicuramente non tutte le donne sono uguali, ma – come forse, da maschietti, potete immaginare – chi possiede l’organo femminile e ha superato l’esame di terza media,  qualcosina sa.

Purtroppo, anche noi possediamo – oltre all’organo femminile – due orecchie. Le quali, al di là del suddetto increscioso episodio, sovente ascoltano frasi dal lieve sottofondo misogino. Basta una tavolata con tre maschi e due birre, sapete. A volte anche molto meno. Magari, una risatina la facciamo anche noi – mica vorremo essere delle bacchettone senza il senso dell’umorismo, eddai! E però… 

Senza pretendere di parlare per ogni donna sulla faccia della Terra, concedetemi di  sfatare qualche mito.

Tra gli uomini (non tutti, ma mediamente parecchi) esiste purtroppo l’idea che, per soddisfare una donna, ci voglia un vigore da eterno trentenne – e per questo, ad alcuni conviene riempire i cassetti del bagno di Viagra (anzi, non un cassetto bensì una scatolina dentro una scatola più grande infilata in fondo all’ultimo cassetto del mobiletto del bagno. Per dire…). Il sessantenne che scimmiotta Mick Jagger o Steve McQueen è questa roba qui. E, intendiamoci, non sarebbe disdicevole assumere un medicinale, se la scelta fosse condivisa e controllata da un medico.

Peccato che il problema stia a priori e di tutt’altra specie. Un priori fatto anche di tanta pornografia (e non è un discorso moralista, il mio, ci mancherebbe altro che fosse vietata la fornitura primaria di materiale per svolgere un’autonoma educazione sessuale) e, spesso, di tanto Made in Hollywood. Di innumerevoli Sharon Stone (per me la donna più bella del mondo, nonché attrice fantastica, che tuttavia ha interpretato un personaggio umanamente orrido), addirittura bisognose di coltellacci e di spingersi sempre più in là: donne, uomini, tritaghiaccio… ecchesaràmai!

Sappiamo tutti, me compresa, che esistono varie forme di sessualità, alcune bisognose di particolari fantasie. Tuttavia, quando queste diventano una vera e propria dipendenza, togliendo naturalezza alla propria corporeità e partecipazione interiore, allora si diventa come dei “tossici”. Il sesso diviene un antidepressivo, dal quale dipendono persino le nostre endorfine. Solo che poi c’è la fase down, il vuoto totale, come per i cocainomani.  Non basta mai. Per questo, gli americani per primi hanno istituzionalizzato programmi in cliniche che accolgono i dipendenti dal sesso. Non era loro intenzione apparire stravaganti, hanno aperto le cliniche perché il problema esiste ed è serio.

Certo, il sesso anche solo come divertimento si può fare, come no!  Ma se c’è condivisione, SE NON C’E’ STUPRO, SE NON C’E’ VIOLENZA. 

Mi è concesso di viaggiare in prima classe? La condivisione di anime è tutt’altra cosa. Non mi riferisco solo ed esclusivamente al grande amore, tutt’altro. La naturalezza, l’essere selvaggi, il lasciarsi veramente andare, l’essere davvero “nudi” con l’altra persona è quanto di più avventuroso, illogico e privo di coazioni a ripetere o preconcetti che esista. Non è tanto staccare la mente, quanto essere profondamente noi stessi. Anche con la nostra mente. Solo così, si è in grado di “sentire” l’altro come persona. Ed è questo, proprio questo, che non esiste nelle forme di sessualità codificate,  quelle che ci appaiono “oltraggiose” e allora scatta la curiosità. In realtà, è un po’ come una festa di Carnevale vietata ai minori. Un divertissement sul filo del rasoio, senza il rasoio (si spera). Un reciproco voyeurismo, narciso che si riflette circondato da narcisisti. Di tutto e di più, ma alla fine persino Kubrick ci ha magistralmente mostrato la ricerca di un piacere “sistematico”, attraverso la sopraffazione e il potere, mischiando rituali proibiti in virtù di una maschera: serpenti che girano continuamente su se stessi.

C’è poi una “credenza”, non intesa come mobile della sala da pranzo. Alcuni credono, e ne sono convintissimi, che andando a prostitute riescano a disinibire del tutto la propria virilità. Perché non è richiesto altro che un compenso in denaro e quindi “tana liberi tutti… che figata!” E se la prostituta mugugna o grida, adula o si complimenta, allora è un trionfo! “Visto? Nessuno è come me! E se lo dice lei, che è una vera esperta… guarda, guarda cosa le faccio adesso. Magari le faccio anche del male! Tanto, lei gode”.

Ho un’amara, amarissima notizia da scrivere: le prostitute fingono. Come faccio a saperlo? Lo raccontano loro: ai giornalisti che le intervistano, alle telecamere quando non sono riprese (se riprese non lo dicono, sarebbe una cattiva pubblicità: Cicciolina & C. ci hanno fatto i miliardi, vi pare che vi urlino in faccia che fate potenzialmente schifo?), ai ghostwriter che le aiutano a scrivere autobiografie. Ci sarà anche la prostituta che, in rari casi, si innamora di un cliente. Più spesso, ci sarà quella che si “innamora” di un cliente ricco. Da Mata Hari in su (e pure in giù), certi uomini sono un anche bel po’ fresconi – detto tra noi. Non si accorgono che, quando qualcuna li manipola sotto le coperte, dietro alla lusinga o al senso di colpa instillato e al dover rispondere alle richieste di cotanta “ninfa” c’è un interesse mooooolto diverso da quello di Cupido. Infatti, la storia stessa è zeppa di eroi inguaiati da una “sottana” che, una volta ottenuta  la chiave d’accesso, diviene improvvisamente frigida o se ne va con qualche giovane arciere.

“Ma pensa! Un tempo era così vogliosa, adesso soffre sempre di emicrania”. Poverina…

Quanto ho appena scritto vuole sottolineare che noi donne possiamo essere dei begli  “elementi”, va là, non solo vittime innocenti. Però qui si parla d’altro, non di abuso o di violenza fisica. Perché UNA DONNA, ANCHE UNA PROSTITUTA, NON PROVA PIACERE AD ESSERE VIOLENTATA. METTETEVELO BENE IN TESTA! E se mai qualcuno ricercasse un certo trattamento, si tratta di persone “malate”. Quello non è piacere, è la ricerca di un inferno profondo rimasto irrisolto. Si chiama PATOLOGIA. E fa male. Sempre, comunque.

Dall’alto di un’età minimalmente saggia e con un pizzico di  spudoratezza, vorrei concludere con qualche ovvia deduzione. Non sono le misure a dare piacere a una donna. Non è lo sforzo. Non è il “gioco” (quello continuo, quello preteso, altrimenti ci ammosciamo). Non sono mille oggetti di plastica. Non sono corde. Non sono parolacce o sculacciate.

A dare un reale piacere a una donna, è la vera intimità. Il guardarsi negli occhi. La tenerezza. Il resto, può venire. Si può giocare. Si può variare. Ma l’unico modo per toglierci le difese laggiù, senza portarci ad alzare il volume dei sospiri perché così siete contenti e magari poi lo rifate (dato che stiamo fingendo l’apice, tanto vale riprovarci), è l’intimità vera.

Mica semplice, oh per niente. Però quando la provi, conosci la differenza. E allora, basta uno sguardo. Un abbraccio. Chi si fissa in fase fallica, qualche problemino ce l’avrà sempre. Il tempo è uguale per tutti.

Avete mai osservato quelle coppie di anziani, visibilmente uniti, che si sfiorano le mani sui braccioli della poltrona? A me è capitato. Quella roba lì è molto preziosa. E’ rarissima. Non arriva perché si è vecchi, c’è se due persone sono state davvero “nude” prima. Si può fare un figlio senza essere “nude” all’altro. Si può rimanere sposate senza essere “nude” all’altro. Si può fare l’amore con un amante, senza essere “nude” all’altro. Sapeste quante cose riusciamo a non essere, noi donne. Non riuscireste mai ad immaginarlo… La simulazione è la via più breve. A volte, è solo comodità. Paura della solitudine. Scacciapensieri per l’ansia. In realtà, le questioni fallocentriche portano la data di scadenza sull’etichetta. Mia nonna diceva: “Il sesso è l’inganno cosmico, non metterti con  un uomo basandoti su quello”. Capisco perfettamente ciò che intendeva. Con rare eccezioni, sui tempi lunghi ho avuto compagni capaci di reggere la mia “nudità”. E di condividerla. Sono loro ad avermi insegnato a vivere la mia femminilità, non quelli che ostentavano il Bronzo di Riace.

Se vi ho strappato un sorriso, allora va bene, anche se a monte c’era un discorso serio. Urgente. Irrisolto. Si sente spesso dire che nessuno possiede la verità assoluta, ma ne esiste una grande. Inconfutabile. Condivisibile. Da Est ad Ovest. Nere, bianche, gialle, rosse, etero, lesbiche, giovani, vecchie, atee, credenti, focose, pudiche:

A NOI DONNE, ESSERE VIOLENTATE FA SCHIFO!

 

Annunci

Rickie Lee – and The Others

Ciao! Rieccoci con i Pdf dal quotidiano “Libertà”. L’intervistata, questa volta, è Rickie Lee Jones, ma non potevo assolutamente non accennare ad altri due special guest dello stesso cartellone, quello del Lincoln Center “Out of Doors”.

-documentazione-Pagine-1-10088003

E in esclusiva, alcuni scatti originali del concerto che la Jones tenne al mitico Fillmore di Cortemaggiore, in provincia di Piacenza, nel novembre del 2000.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Alla prossima… novità varie e sparse all’orizzonte!

 

Quell’antica domanda

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Pensavo a Magritte, non tanto per i 50 anni dalla sua morte (il 15 agosto 1967) quanto i recenti attentati a Barcellona e la notizia dei due accoltellati in Finlandia, arrivata poco fa. E pensavo a Magritte, non tanto per la sua bravura (alcuni non lo amano, a me piace moltissimo) quanto all’insegnamento – forse impossibile da raggiungere – degli artisti che sanno trasformare il dolore e la morte in qualcosa di elevato.

Esistono anche persone, non solo artisti, che dopo un lutto o un’ingiustizia immane diventano più generose e attente al prossimo. Più spesso, e lo sappiamo benissimo anche noi, nella banalità quotidiana l’abuso o la derisione o il dolore si trasformano in rabbia. In mancanza di fiducia. In depressione fine a se stessa, dunque non in uno stato di tristezza creativo. Ci sono poi milioni di vie di fuga negative (a mio modesto parere, ci mancherebbe): la droga, l’alcol, il sesso compulsivo, la fame di potere e di denaro, la manipolazione del partner, l’egoismo, il tradimento, l’insensibilità, la disattenzione… potrei citare tutte le magagne dell’imperfetta condizione umana, dal minimo difetto alla nevrosi e fino alle patologie. Ma non lo farò.

Perché l’aspetto poetico esaltante, che mi risuona come speranza lontanissima anche nei momenti peggiori, è quello che proviene da certe opere d’arte. Anche dai dipinti di Magritte, che riuscì ad armonizzare sulle sue tele il suo incontro con la morte. Come solo certi grandi artisti, non tutti, hanno saputo fare. Il mio adorato Mark Rothko, per esempio, ha dipinto la sua graduale autodistruzione attraverso le sue celebri macchie di colore. Fino al nero. Fino al suo suicidio, il 25 febbraio 1970, dopo un’esistenza contraddistinta da successi e da profondissima depressione. Intossicato e stordito, si recise l’arteria di un braccio nel suo studio newyorkese. Mi è capitato, lo ammetto, di immaginarlo sanguinante tra tutti gli altri suoi colori, ormai cupi. Una visione che nella mia illusione, scoprendolo ragazzina con mio padre in alcune gallerie d’arte, e rimanendo profondamente colpita dalla sua storia, assomigliava piuttosto a una scomparsa  indolore, a una trasformazione artistica del corpo esanime in un’opera definitiva.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Ma Magritte… oh, Magritte è un altro discorso. Un’altra poesia. Le sue biografie ci raccontano che ad appena 14 anni subì lo choc del suicidio della madre, gettatasi nel fiume Sambre, e poi rinvenuta con la testa avvolta nella sua camicia da notte. Magritte, ragazzino, fu travolto da quella tragica visione, che riprese moltissime volte nella sua produzione artistica. Sembra lieve e sognante, ma in realtà racconta benissimo – tra le altre cose – il suo rapporto con la morte. E con il dolore.

ReneMagritteL'Hommeauchapeaumelon

Non ho mai capito in cosa consista la differenza tra chi trasforma questo rapporto in arte, o anche solo in gentilezza e meditazione, e chi non ce la fa. Spesso si tratta di grandi menti, persone intelligentissime e dal talento superiore, in entrambi i casi.

Però quell’antica domanda mi bussa sempre dentro. Come quando, a 13 anni, papà mi portò davanti a Rothko spiegandomi, con la colta galanteria d’altri tempi che gli apparteneva, la sua favola nera. Come ad introdurmi in quella che sarebbe stata una parte della verità dell’esistenza che, un bel giorno, lui e mamma mi diedero. Una meraviglia, un fardello. Sicuramente, l’incognito. Papà evitava le situazioni tragiche, però diceva sempre che ai bambini bisogna dire sempre la verità. Anche quando è brutta. Solo molto più tardi, ho capito che non potrebbe esistere alcuna forma d’arte (degna di chiamarsi tale), senza la verità di chi la produce. L’arte mette a nudo anche noi, se la guardiamo e la ascoltiamo profondamente.

Allora, forse, a quell’antica domanda non esiste altra risposta.

Mamma single, in due da New York

schermata-2014-05-09-a-05-07-47

Et voilà! Di seguito la mia rubrica “In due”, questa volta direttamente da New York. E, come sempre, un (bel) po’ dedicata alla luce dei miei giorni: mio figlio Pietro. Ma anche un po’ alle lettrici e ai lettori più affettuosi. Sino ad ora siete stati 9.461 e dato che le visite sono 16.236, deduco che qualcuno passi di qui più di una volta. Che dire… per me significa tantissimo, grazie!

-documentazione-Pagine-1-8976147

 

We Can Be Heroes

Questo slideshow richiede JavaScript.

Grazie, mio piccolo compagno di viaggio. Sei alto quasi quanto me, ma hai un’anima ancora incontaminata. Grazie per questi giorni e per queste notti. Il tuo respiro sul cuscino lo riconoscerei tra mille. Così come le tue dita, a volte penso persino ogni singolo capello.

Grazie perché ti piace la musica e per aver ballato. Per aver sbuffato ogni tanto e chiesto, giustamente, dei compromessi. Qualche altalena e un bel numero di patatine fritte, infatti, le abbiamo assaggiate e te le dovevo tutte, alla faccia del politically correct.

Grazie per i capricci, pochi, e per riflettere quando mamma ti sgrida. Non sono sicura siano riflessioni buone, al contrario so che i genitori sbagliano, specialmente se ce n’è uno solo a dover compiere delle scelte. Ma sai, Pietro, noi due alla fine siamo sempre allegri e senza sforzo, il che mi fa pensare che assomigliamo a una “famiglia” più di quanto pensiamo. Ti dico subito che vorrei trascorrere molto più tempo con te, ma la scuola e il mio lavoro durante l’anno ce lo impediscono. Poi, però, arriva sempre l’estate (la mia stagione preferita, anche per questo) e allora ci prendiamo la nostra rivincita, perdindirindina!

Grazie per le coccole, per le pacche (anche se ho le gambe piene di lividi) e per le risate. Grazie per aver fatto un po’ di compiti: gli esercizi di grammatica sulle panchine di Washington Square sono un’esperienza bellissima, se poi arrivano due ore di parco giochi come premio.

Grazie per aver citato mio padre, sono curiosità che inizi ad avere e risponderti mi spalanca voragini di tenerezza. Grazie per avermi chiesto di vivere con te fino a 120 anni e, soprattutto, per aver sempre accettato di metterti in gioco, da che sei al mondo. Siamo ancora in salita, io e te. Però, forse qualcosa di buono da me lo hai preso ed è il coraggio. Tra tanti limiti, questo a mamma non è mai mancato. E se tu ce l’hai, allora sei un Bagarotti fatto e finito, altro che figli smidollati col culo nel burro.

Grazie per i miei errori, che inevitabilmente subisci, e per quelli che saprai comprendere e forse perdonare. Voglio scrivertelo qui, poi domattina ti faccio leggere la mia dichiarazione d’amore pubblica per un figlio. Quasi una festa, un cerimoniale su carta, anzi in Rete, così viaggia in tutto il mondo. E rimarrà qui per te, da rileggere quando sarai più grande, ogni volta che lo vorrai.

Non ho mai pensato che l’amore passi necessariamente attraverso vincoli di sangue, ci piace crederlo ma non è affatto così. Tra di noi, comunque, ce n’è tantissimo. Perché, come hai detto tu ieri sera mentre camminavamo in mezzo ai grattacieli: “Se sceglievo di nascere nella pancia di un’altra fidanzata, tu mica saresti la mia mamma, oh!” Come a dire: “Ho deciso tutto io e meno male.” E se devo proprio dirtela tutta, io in te credo tantissimo. Tanto che, dopo una settimana, avrei potuto tranquillamente mandarti in giro da solo con la Metrocard e saresti già stato in grado di andare a Times Square e tornare indietro a a Brooklyn.

Questa è la nostra prima estate – ce ne sono state altre belle, certo – senza visite mediche, ospedali e soste forzate. Niente pensieri, musi lunghi, gentaglia da poco. Niente falsità, solo bellezza.

Proseguiamo la salita, Pietro. Io fino a 120 anni non so se reggerò, ma mi impegno sin da ora a indicarti la strada perché tu possa muoverti bene in questo oceano meraviglioso anche se pieno di scogli.

I, I wish you could swim. Like dolphins, like dolphins can swim…

Prima, però, mettiamo in conto almeno un’altra quindicina d’anni di passeggiate newyorkesi. Io ci sto.

 

I tempi del dolore – John, David, Chris (e anche un po’ Lou)

IMG_1198

Ci siamo. Ogni tanto devo rompere le palle per qualcosa, anche se gli ultimi due giorni sono stati tra i più felici della mia vita – credetemi sulla parola, anche se i dettagli delle cose veramente importanti ho imparato a tenerli ben chiusi nel cassetto.

Mi è capitato, oggi al Greenwich Village, di passeggiare per Lafayette Street. Propongo in foto, semplicemente, un angolo che forse tutti hanno attraversato. Ho già passeggiato a Lafayette, dopo la morte di David Bowie. La prima volta (ho ritrovato un vecchio post) era però di giorno, con i rumori del traffico e la confusione che distrae un po’ le nostalgie. Oggi era al tramonto, con il flusso del grande rientro già passato e la zona della casa di David, in particolare, tranquilla.

Non ce l’ho fatta a non provare un brivido di tristezza lungo lo stomaco. Avete presente? E ho ripensato a un’altra cosa. Al Dakota, associazione talmente ovvia che per un secondo ho pensato alla bellezza del ritrovarsi di David e John, assieme da qualche parte. Ma poi, chissà se lo stesso Michelangelo non sentisse la necessità di dipingere incontri paradisiaci come consolazione dal distacco e dalle ingiustizie… raccontandosi(ci) un mare di frottole.

IMG_1169

Io non sono mai riuscita a fotografare il Dakota. Strawberry Fields sì, il Dakota mai. Credo che ognuno reagisca a suo modo, in questo frangente. Io e Pietro, in questi giorni ci siamo passati davanti già in due occasioni, provenendo dalla Amsterdam verso Central Park. L’edificio è in ristrutturazione (lo era anche l’ultima volta che sono stata a New York, nel marzo dello scorso anno, quindi deduco sia una ristrutturazione di portata notevole, visto che gli americani sono velocissimi in queste cose).

Ieri, nonostante tutto, un occhio è scivolato per un secondo nell’atrio. Quell’atrio buio, anche di pomeriggio e con le lampade accese, che si impone sempre allo sguardo, nonostante le guardie all’entrata. E ho provato lo stesso brivido lungo lo stomaco. Per questo, probabilmente, siamo poi passati a Strawberry Fields, dove  Pietro, con la sua innocenza, mi ha detto: “Mamma, ci sono i fiori per John Lennon.  Perché tu non li hai portati?”

“Hai ragione” ho risposto, sfilandomi un anello e mettendolo lì per John, accanto a un braccialetto colorato. È un anello che acquistai, ironicamente, alla boutique del MoMa nel 2000. Un anello di plastica rosa, a forma di palla di neve e infatti dentro c’erano acqua e polverina che si muoveva ogni volta che lo scuotevi. Valore pressoché nullo, ma chi mi ha frequentato me lo avrà visto indossare quasi quotidianamente.

Immagino che il mio amatissimo anello sia finito nella spazzatura o nelle tasche di qualche poveraccio (se dotato di sense of humour). Di sicuro a John non importerà, se non altro perché di me, semmai, aveva capito tutto senza conoscermi. Ma a Pietro, quel gesto è rimasto impresso e infatti oggi me lo ha ricordato più volte.

Non so dare un significato preciso sul perché mio figlio mi abbia “spinta” a compierlo, non ho avuto il tempo di pensarci e non lo farò adesso.

IMG_0050

Rientrando in metro a Brooklyn, ho visto un post sulla figlia dodicenne di Chris Cornell, che canta in omaggio al padre. “Troppo presto” ho pensato, non per giudicarla – ci mancherebbe – ma perché, da giovane orfana, conosco benissimo i tempi che ha avuto il mio dolore prima di assumere una forma di senso. Un pezzetto di puzzle nero e spigoloso che però, una volta trovato, s’incastra nell’insieme delle altre cose ed anche se rimarrà nero, tu puoi andare avanti. Certo, puoi decidere di lasciare un buco illudendoti che sia possibile dimenticartene, ma è come rifidanzarti  due giorni dopo che ti ha lasciato l’uomo che ami: stai solo facendo una cazzata che rallenterà la guarigione e ti condurrà ad altra sofferenza. Perché una delle poche regole indissolubili di questo Great Wide Open, è che il dolore ha i suoi tempi e ti fotte due volte perché li decide lui.

Poco fa, chattando con un amico cantautore si accennava al dolore come fonte d’ispirazione. È verissimo, forse per questo, anche continuando a parlarne, vince sempre il suo mistero. Alla fine, fa scaturire tantissima arte che altrimenti non avremmo. E noi non abbiamo ancora scoperto le sue regole.

IMG_0053

Secondo alcuni, quando sui social si esprime cordoglio per artisti scomparsi si diventa un po’ ridicoli. Le persone sagge sostengono che bisognerebbe pensare di più ai propri cari – come se non potessero coesistere l’una e l’altra cosa. Io non so dire ciò che è giusto, mi limito ad esprimere considerazioni personali. L’unica cosa che capisco, avendola vissuta, è che  certi artisti, per tanti sono stati sicuramente dei surrogati paterni, indicandoci il passo verso ciò che stavamo per diventare. E se questo non è amore, allora non so cos’altro mai possa esserlo.

Ci sono poi varie sensibilità. Una persona vicina agli Ono Lennon, mi confermava ciò che avevo colto dalle ultime foto di Yoko ossia che ultimamente esce poco e in sedia a rotelle. Immaginarla scendere con il nugolo di beatlesiani che le scatta fotografie mi ha fatto un po’ male. In compenso, sapere che Sean ha cambiato residenza e vive ormai up to the river (magari voi lo sapevate già, io no) mi ha dato un senso di sollievo. Non amo il Dakota, lo avrete capito ormai…

E trovo atipica Lafayette Street. Quando Bowie era vivo, mi capitò di pensare “certo, la zona è fichissima e dentro la casa sarà una reggia, ma la strada è trafficata e poteva trovare sicuramente un angolo migliore, uno come David”. Stasera, invece, mi si è acceso un lume (con imperdonabile ritardo sui tempi) e ho pensato che Lafayette Street, per Bowie, era perfetta. Meno “scontata” di altri angoli, più vicina – per certi aspetti, prendete l’esempio con le pinze e usate un po’ di fantasia – alla “sua” Brixton. All’incessante ricerca del suo sguardo, specialmente interiore. Certo, uno come Lou aveva scelto le viuzze rustiche e poetiche del Village, mica Lafayette. Tutto torna.

 

"Lou Reed New York" At The Gallery At Hermes

Ho ritrovato, e condiviso, un articolo del NYT sul “David newyorkese” e rileggere delle sue passeggiate nel quartiere è stato come infilare in bocca un dito colmo di panna montata dopo un lungo pianto da bambina. Un paio d’ore prima, stavo descrivendo in un messaggio a una persona cara la carica di energia positiva che si riceve anche solo rimanendo seduti su una panchina di Washington Square. Che ci crediate o meno, è un luogo di luce penetrante e il merito, lo sappiamo, è di chi ci è passato prima.

Voglio ripercorrere Lafayette Street, pur sapendo di non voler scattare alcuna fotografia a una certa porta. E poi risedermi su una panchina accanto alla fontana e immaginare che un po’ di energia positiva possa arrivare dentro al cuore di Toni Cornell, che a soli 12 anni affronta (truccata di tutto punto) un pubblico oceanico cantando una preghiera di Cohen per il suo papà. Per comprendere ciò che le ha strappato via il padre, ammesso esista una risposta completa, ci vorrà il lungo tempo delle lacrime. Quel tempo senza regole, che attraversa per forza il Paese della solitudine. Anche a 12 anni. Non chiedetevi come faccio a saperlo.

I Wanna Be With You Everywhere

 

Fleetwood Mac Performs On NBC's "Today"

Mentre rientro a Brooklyn con la R osservo i viaggiatori notturni. Strane creature che non vedi di giorno, varie e interessanti. Mio figlio, dopo la due giorni di The Classic East al Citi Field, una volta scesi da una 7 stipata, si è finalmente seduto, ha chiuso gli occhi e appoggiato la testa sulla mia spalla. Alla 77th dovrò svegliarlo per dirgli che la prossima fermata è la nostra.

Andare a vedere i Fleetwood Mac in concerto, per me è sempre un’esperienza forte. L’adrenalina mi entra in circolo un paio di gg prima e sembro sotto anfetamine.

Per me, qui a New York era quello con loro, l’appuntamento del cuore. Poche balle. E non è ancora finita, in agenda ce ne sono altri in arrivo, quindi sto ancora tremando, fate un po’ voi. Mi spiace che Stevie riparta subito. Le ho lasciato in mattinata un’arpa di rose bianche in albergo, con una lettera. Sono certa che non sia dovuto al mio gesto, ma il suo “Buonasera!” all’inizio del concerto mi ha strappato un sorriso.

Premetto: quello di ieri sera a New York, secondo me non è stato il concerto migliore dei Fleetwood Mac, anche se ha avuto notevoli punte di diamante. Di questo, e d’altro, però non scriverò qui. Ben presto, saprete dove poter leggere articoli ampi e approfonditi e recensioni sul tema.

Tuttavia, qui il punto non è stendere una classifica dei concerti migliori dei Fleetwood Mac. È tutta un’altra questione che gira attorno a un vissuto, anche (e soprattutto) musicale seppure personale.

Ho spiegato a Pietro, che i Fleetwood Mac se li era già visti a Londra con mamma (quei concerti alla 02 li valuto i loro migliori, almeno sui venti visti sino ad oggi), perché durante ogni concerto dei Mac lui mi vede ridere e piangere. Non che in altri concerti io resti impassibile (oh Dio, se a suonare c’è gente che non mi piace può pure essere), ma – Who a parte e per ovvie ragioni – per me nulla è un’esperienza forte come i Fleetwood Mac.

– Vedi, Pietro, quella signora bionda con i capelli lunghi? Bene, devi sapere che lei ha cantato la vita della tua mamma in tutte le sue canzoni. Ma proprio tutta, sai?

– E vedi quell’angelo con i capelli grigi, che a volte sussurra e a volte si arrabbia? Devi sapere che la rabbia e il dolore, quelli come lui li esprimono soprattutto con le dita sulla chitarra e cantano per fare uscire tutto. Delusioni sparate fuori dal cuore come stelle filanti. Infatti è un mago, quell’uomo lì. Fa le magie con le note.

– E vedi quell’altra signora bionda? Suona il pianoforte come te e ne sapeva moltissimo, sin dall’inizio. Le sue canzoni sono come cioccolatini buonissimi quando ti sentì giù, hanno un’energia allegra e semplice. Perché le cose buone, caro Pietro, nella vita sono proprio le più semplici. Pure And Easy.

– E quell’altro che somiglia a un marinaio? È sceso dalla sua barca e ha preso lo strumento che suona le note più basse, ma è preciso come quando tiene il timone. Sembra serio, invece è molto simpatico, sai? Una volta gli ho parlato.

– Bé… sull’ultimo sai già tutto. Non sta mai fermo. Ti piaceva da matti guardarlo da piccolo anche in tv, con i tamburi e le smorfie in faccia. E ormai so che hai una fissa per il codino, quindi prima o poi te ne farai uno uguale. Cosa sarebbe, l’immaginario, senza Mick Fleetwood?

Insomma, cari miei, io ormai sto arrivando a casa e devo chiudere l’iPad. Ci tenevo a ribadire, a caldo, che questi Fleetwood Mac sono stati una delle gioie più grandi provate da che sono al mondo. E se tornassi sulla terra, andrei a cercarmeli ogni volta. Come i Beatles, il profumo del basilico, la focaccia genovese, la lavanda sulle lenzuola e il vento tra i capelli.

Vi confesso che non sopporterei di finire a letto con qualcuno che non ama i Fleetwood Mac. Ma la questione è ancora più seria: non farei entrare neppure nella mia cucina a bere un caffé, qualcuno che non li sopporta. La vita è breve. Perché gettare il tempo con chi di noi non riuscirebbe a capire un cazzo?