And The Songbirds Keep Singing (mamma, perché piangi?)

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Non so voi ma io ricordo tutte le volte che ho pianto nella mia vita. Non sto parlando di commozione o tristezza, ma di un pianto profondo, che segna una svolta o consolida una strada definitiva con noi stessi.

La prima volta, ho pianto ascoltando Who’s Next. Avevo 13 anni ed era estate. Sabato pomeriggio. Ricordo che indossavo la prima minigonna e portavo ai piedi mocassini gialli. Diluviava. Arrivai bagnatissima in un negozio storico della mia città, si chiamava (e si chiama tuttora) Alphaville. Cercai tra i vinili degli Who, lo trovai e lo comprai con la paghetta settimanale. Corsi a casa, ero sola e andai nella mia stanza. Lo ricordo come fosse oggi. Ero talmente emozionata, che misi prima il lato B. Quindi partì Getting in Tune. Il tempo di arrivare alla terza strofa, quella in cui Pete fa la seconda voce, che scoppiai in lacrime. Quel preciso momento, segnò un guado dentro di me. Un passaggio dal quale nascere una seconda volta. Lo capii molto dopo, ma lo sentii allora.

La seconda volta, una manciata di anni dopo, ho pianto guardando mio padre attaccato a dei tubi che lo tenevano in vita, aspettando che morisse. A Parma, in rianimazione, concedevano ai parenti lo strazio di osservare quel calvario per 10 minuti al giorno attraverso un piccolo monitor in bianco e nero. Papà morì di pomeriggio. Diluviava.

La terza volta, ho pianto quando Pete mi fece ascoltare una canzone. Forse avevo già pianto dopo un altro momento, che non racconterò. Ero in Inghilterra e pioveva forte.

La quarta e la quinta volta, ho pianto la morte di due amici veri. Ed è stato come se qualcuno mi strappasse via di netto un braccio e una gamba. C’era un sole troppo sfacciato e c’era una neve troppo luccicante.

La quinta volta, ho pianto quando Pietro ha avuto dei problemi di salute. Ricordo che piangevo chiudendomi a chiave in bagno, per non mostrargli i miei turbamenti – a volte lo faccio ancora. Ed è stato come se diluviasse sempre.

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La sesta volta, ho pianto ieri sera al concerto dei Fleetwood Mac. Il secondo visto a Londra, insieme a mio figlio. E stavolta non è piovuto.

Ogni volta, dopo quei pianti, io faccio una cosa: cammino per ore ed ore. Cerco di stare da sola e di muovermi a lungo. Questa volta non posso farlo perché Pietro sta dormendo nel lettino qui a fianco. Ma dormire è impossibile, così provo a “camminare scrivendo”.

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Se avete tempo e voglia, su questo blog trovate una “riflessione” sui motivi per cui AMO (maiuscolo) Stevie Nicks.

Tra queste righe, cercherò di raccontarvi ciò che è accaduto nelle ultime ore e che per me ha un significato molto forte (…consolida una strada definitiva con noi stessi…)

Prima di partire – sperando, immaginando, rimuginando sulla possibilità di avvicinare Stevie – ho compiuto diversi brainstorming. “Per essere una groupie, ci vogliono tantissime energie mentali” diceva la mia amica Jenny. Anche se non è questo il caso, rende l’idea.

L’aspetto professionale, se devi chiedere un’intervista, è una carta che un giornalista può giocare in anticipo. Ma se vuoi farlo durante un tour e non hai qualche santo in paradiso che garantisca per te, è quasi sempre una partita persa (a certi livelli). I motivi sono tanti, e tutti legittimi: la stanchezza, la necessità di concentrarsi su altro, l’obbligatorietà di non concedere eccezioni (che da 1-2 diventerebbero subito 20), il poco tempo… tutte cose che ho visto e che conosco molto bene. Quindi, se non c’è promozione da fare e non sei del New York Times, col tuo tesserino ci puoi giusto pulire i vetri dell’automobile.

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Last but not least: se ti butti nel momento sbagliato, esiste un’ampia gamma di possibilità che tu debba rientrare a casa e maledirti mentre riascolti l’intera discografia del soggetto in questione.

Dunque, che fare? Qualcosa di sincero e, nel contempo, meditato. Sincero, nel mio caso, significava non nascondere di essere una stratosferica fan di Stevie Nicks, pur senza grida e attacco di flash al suo passaggio. Meditato, nel senso di pensare a una via e a un modo possibile per avvicinarmi. “Il problema non è tanto avvicinare loro, è avvicinare te. Ossia fare in modo che loro notino la tua vicinanza” (Jenny, lezione numero 2 – sacrosantissima).

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Sapere dove soggiorna una rockstar è quanto di più facile possa esserci. I Fleetwood Mac, poi, a Londra si fermano una settimana. Vuoi vedere che…?

Inizio a vedercela un pochino dentro quando incrocio il fratello della Nicks, che la assiste da sempre. È a lui che devo le interviste fatte in passato, ed è a lui che a volte scrivo ricevendo risposte puntuali e cortesi. A lui, dunque, consegnerò il regalo per lei.

ANTEFATTO: chi mi conosce, sa che sono una persona generosa. Non amo presentarmi a casa degli amici senza qualcosa di speciale, mi piace coprire di pensieri le persone a cui voglio bene e fare in modo che siano pensieri particolari, non tanto per il valore in denaro o come garanzia automatica di gradimento, quanto perché mostrino una mia attenzione a loro rivolta. Non tutti capiscono e apprezzano, ma io son fatta così.

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Che cosa regalare a una donna circondata di rose e di sete, di profumi e di note? Mi è venuta in mente un’idea simbolica, e peraltro di gusto fortemente americano, tanto che pensavo fosse già stata usata per lei. Invece no.

Name A Star Gift è una sorta di “battesimo stellare” intitolato a chi si ama, e pare vi sia persino un collegamento con la Nasa (te la raccontano così). Lo faccio. E mi presento con foto e con lettera.

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Poi vado al primo dei tre concerti dei Fleetwood Mac, in cui già accadono molte comete interiori. Intanto c’è Christine, un po’ giù di voce all’inizio ma dalla presenza affascinante – che permette, e scusate se è poco, alla band di pescare volentieri da Tusk (libidine!) e di chiudere con Songbird.

Mick Fleetwood affascina totalmente mio figlio, tra l’altro è quello che si concede di più ai fan (pare sia l’unico ad accettare di incontrarli per scattare una foto previo pagamento di cifre da capogiro) e ieri era anche il suo compleanno. È un enorme piacere vedere Pietro totalmente preso “dalle canzoni che canti sempre in macchina, mamma” – ehm…

A John, molto quieto (anche in quanto a sonorità), va l’applauso più caloroso: è risalito sul palco dopo un ciclo di chemioterapia e lotta contro un tumore, cosa che i fan sanno benissimo. Che cosa bella, l’amore. Quello di un artista che dà a te, attraverso la sua musica, e quello che tu poi gli ritorni, perché sai quanto hai ricevuto.

Lindsey è FA-VO-LO-SO. Per favore, qualcuno dica alla regina che, visto il nome del suo palazzo, metta anche una bandiera a forma di chitarra sul tetto. Buckingham se la merita. Musicalmente è di una leggerezza e, contemporaneamente, di una pesantezza mostruose. È come un ponte levatoio che fa sgorgare l’acqua altrui, che la trattiene o la esonda. Uno così, io sono partita per andarlo a vedere suonare da solo in America. E se capita, io lo rifaccio eccome! (Compratevi i suoi album solisti e toglietevi il cappello mentre li ascoltate).

Il secondo concerto, quello di ieri, è andato anche meglio. Del resto è quasi sempre così, come quando si fa l’amore. Di solito la prima volta non fa testo. Si ingrana la marcia e poi si comincia a filare.

A proposito…

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Lindsey è di un magnetismo e di una bellezza rara, in più ha talento. Sotto di lui, una fanciulla esile e bruna a un certo punto ieri si è tolta una guepière. Bianca, di quelle a seno aperto. L’hanno inquadrata a lungo, quindi si è vista bene. Lui ha dunque pensato di rivolgerle più volte la parola finché ho notato che uno dello staff le si è avvicinato portandole un pass (lucky girl!) Ho sorriso e pensato che certe dinamiche non cambiano mai. E quanti ricordi, mi son tornati alla mente…

Lo so. Non vi ho ancora parlato di lei.

Lei, che nonostante l’artrite – l’ho guardata bene, effettivamente claudicante e dolorante quando gironzolava dietro alla batteria, in cerca di un appoggio – ha una voce bella da far paura!!! Meglio del precedente tour, molto meglio.

Lei, che quando s’infila in albergo ha sempre il suo codazzo di persone attorno, con notevoli giovanotti al seguito.

Lei, che non ama farsi ritrarre quando non è a postissimo. E in questa tournée opta per le extension a boccoli e si stringe sempre di più dentro a un corsetto di stecche. Come una bambola senza tempo.

Lei, che dopo tre giorni di appostamenti non solo accetta qualche domanda ma me ne rivolge qualcuna. Ad esempio, vuol sapere il perché ho pensato a una stella con il suo nome.

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Stevie adorata, io avrei potuto dirti “bé, sei una star!” oppure fare leva sul testo di Sisters of The Moon. Invece no, io ti ho detto la verità.

Ogni volta che nella mia vita c’è stata una notte fonda – e ti ho mostrato anche quella “piccola” notte fragile che mi accompagnava, gironzolando lì attorno – io guardavo in alto e c’eri tu, con la tua musica che mi parlavi. E parlavi di me, dei miei dolori, delle mie passioni, delle mie disillusioni. E sai una cosa, Stevie? A me la notte, improvvisamente non faceva più paura.

Ci siamo scambiate dei sorrisi. Che altro avrei potuto desiderare? Ero già emozionata, contenta della prospettiva di scrivere l’intervista (quella “professionale”, che leggerete) per Classic Rock.

Solo che lei ha pensato bene di parlare del dono e della stella, rivolgendosi a me e dicendomi di “non perderla mai, quella stella” prima di attaccare Gypsy. Lo ha fatto davanti alla folla della 02 Arena a Londra, il 24 giugno alle ore 10.50 pm.

Da quel momento, io non ho ancora smesso di piangere.

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The Stars (Are Out Tonight)

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Bruce, a proposito… Roger vuole sapere il nome di quel ristorante italiano che fa il pesto senza formaggio perché deve evitare i latticini

Impossible… It’s not the real pesto, that one…

What? Wait, wait! My italian girlfriend doesn’t agree with the idea!

E la conversazione prosegue, in camerino e attraverso il vivavoce, sull’argomento.

No, non mi trovo in un film. E no, non posso inventarmi di aver discusso con Bruce al telefono chiedendogli qualche anticipazione sui suoi futuri progetti artistici – peccato, farebbe molto “fico”. No. Ho parlato di pesto, aprendo una discussione durata alcuni minuti, senza tuttora sapere se Roger sia poi andato a mangiare da questo “Gino’s” – che pare faccia un pesto genovese perfetto senza il formaggio – o abbia seguito i miei consigli, via Pete. Perché, diciamocelo chiaramente, un vero pesto senza il formaggio non può esistere. Neppure se a sostenerlo è una rockstar di proporzioni colossali. Vi assicuro che un episodio simile può recare con sé un tal numero di smorfie, gesti silenziosi e risate che neppure vi immaginate. Puro Surrealismo.
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Ci sono momenti in cui seguire una rock- band dall’altra parte del globo, diventa subito qualcosa di elettrizzante. Anche dopo tanti anni, e un minimo di esperienza che dovrebbe averci rese più “tranquille”. Dal momento della decisione di partire, presa in 24 ore e dopo aver ben piazzato un figlio di 9 anni da suo padre, realizzando che non si dormirà affatto e si rientrerà poi immediatamente in redazione, per un notturno infinitamente destabilizzante. Il volo di andata a New York trascorre sempre più velocemente di quello del rientro. Ci arrivo trafelatissima perché la coda ai passaporti è rimasta interminabile (forse hanno anche un po’ di ragione, a controllare bene). E quando il taxi mi scarrozza fino a un albergo, al momento, già vuoto, realizzo di avere 7 minuti per cambiarmi prima di prenderne un altro per arrivare a Brooklyn.

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Faccio un selfie allo specchio, come fossi una ragazzina (sono una ragazzina, in questo momento!) e di corsa arrivo mentre Joan Jett sta quasi finendo di cantare. Mi dispiace infinitamente, so che è stata straordinaria anche in altre aperture del tour nord americano degli Who. Ad ogni modo, recupero il mio pass e inizio a gironzolare. Entro subito nel backstage, Pete e Roger sono già quasi pronti e usciranno di lì a poco dai camerini. Decido di non salutarli, a parte rarissime occasioni ho sempre evitato di interrompere la concentrazione che precede gli show perché (in questi ultimi anni) c’è sempre un po’ di tensione. Però saluto Gordon e Bobby, che prende sempre volentieri qualche bacio sulla guancia da me… è che gli voglio un casino di bene, io, a Pridden. E lo seguo, infilandomi dietro al palco, sul palco in fondo.

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Mentre gli Who propongono una scaletta molto simile al primo dei due concerti londinesi che ho visto a fine marzo, ribadisco ciò che già sapevo ossia che i Kids migliorano dopo un certo periodo di “riscaldamento”. Credo sia così per la stragrande maggioranza dei gruppi musicali, anche se mi dicono che nei primi anni Settanta partivano “col botto” anche sotto una bufera di neve – e c’è da crederci. Mi spiace per i criticoni, ma lo show è di alto livello. Attendo Pete con un asciugamano bianco in mano, che ho “rubato” a Trevor (ma lui è d’accordo sul fatto che probabilmente lui preferisca riceverlo da me), poco dopo i bis orientati su Who’s Next (Baba e WGFA). Mi mette a fuoco e sorride. E a me basta per sapere che ho preso la decisione giusta (del resto, dopo il “regalo arpistico” di compleanno, lui mi ha risposto con un invito. Più o meno sono 33 anni che io lancio la pallina oltre la rete e, magari a tempo debito, ne ricevo una indietro. Vincendo sempre, per quanto mi riguarda, una partita ancora aperta).

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Anche se considero Londra la mia (prima) casa, a New York ci ho vissuto per due periodi della mia vita. Il primo, meravigliosamente scapestrato ma non troppo, sul finire degli anni Ottanta e il secondo a cavallo del 9/11, quando ho lavorato per due anni da un gallerista sulla Broadway, che commerciava in quadri e in diamanti dal Venezuela (ma l’FBI non venne mai a controllare..) Posso dire di aver vissuto e conosciuto piuttosto bene Manhattan (dove ho anche convissuto con un ragazzo newyorkese) per quanto sia possibile dire di conoscerla, se non altro per il fatto che muta velocemente. Certi aspetti, tuttavia, restano immutabili, sono certa che tutti voi sappiate cosa intendo.

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Trovo a malapena il tempo di donare a Simon una cosa che gli dovevo, mentre dietro e fuori le quinte c’è sempre uno strano “via vai”, molto più incasinato e meno “friendly” di quello londinese. È sempre stato così. E vi racconterò un’altra cosa. L’America, anche agli Who e a tutta la crew londinese, fa uno strano effetto. Lo stesso che, per certi aspetti, fa a ciascuno di noi. Una volta, qualcuno a me caro ha definito New York, in particolare, “a black city” e dentro al nero c’è moltissimo. Incluse le ombre, l’ignoto, la profondità. C’è da scommettere che nessuno abbia salutato il Barclays Center senza una compagnia per tuffarsi in due nel cuore della notte, o che quanto meno non l’abbia cercata. In fondo, la Big Apple è la Big Apple, “the city that doesn’t sleep”.

In quanto a me, ho scoperto di essere simpatica (ma parecchio parecchio) a una delle fidanzate. Considerando che l’ultima proposta di un threesome con una rockstar risale a una ventina di anni fa, prendo la cosa come un complimento. In fondo, qui ognuno può permettersi il sogno di uscire da ciò che è altrove. O, magari, finalmente di poterci entrare.

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