Nothing Has Changed

C’è qualcosa, nella tormentata e fantastica esistenza degli Who, che ritorna sempre: la vulnerabilità. Quel senso di “umanità” che ogni tanto fa saltare i progetti e i programmi, a dispetto della cinquantennale attività della band.

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L’episodio della malattia di Roger, che ha fatto slittare i due concerti londinesi al 22 e 23 marzo 2015, nel suo piccolo mi ha ricordato altre vicissitudini, ben più importanti. La prima, condivisa in mia presenza, fu l’improvvisa morte di John Entwistle. Ricordo perfettamente il senso di smarrimento di tante persone, in particolare quello di Pete e Roger. Era il 27 giugno 2002 e loro erano da poco atterrati a Los Angeles, dove gli altri – inclusa me – li avrebbero raggiunti il giorno seguente per l’inizio di un tour mondiale.

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John, come molti di voi ricorderanno, morì a Las Vegas, dove si trovava da giorni, per conto suo. Lì infatti era in corso una mostra dei suoi schizzi rock (avete presente la copertina di The Who By Numbers, vero?) e lì intratteneva, nel frattempo, una “notte brava” a base di cocaina con una sorta di lap dancer. Tutto molto rock’n’roll, non c’è che dire. Ma quando una simile notizia arriva in un altro Stato, prendendo tutti per la gola e nel momento più inatteso (cosa che accadde anche quando morì Keith, sebbene il suo processo di autodistruzione fosse ormai noto a tutti), diventa particolarmente grave e “pesante”.

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Che fare? Proseguire o non proseguire? Pete e Roger si chiusero una notte intera in una stanza  d’albergo, presero la decisione da soli. In quanto a me, con la valigia pronta, ricevetti la notizia via e-mail. Cambiai il mio iter, passando prima da Londra, dove ricordo il dolore e lo sconforto degli amici e della famiglia di John all’idea di preparare una veglia funebre, senza sapere quando il coroner (tra l’altro, in Nevada le leggi sono piuttosto rigide) avrebbe permesso il trasporto della salma.

Sappiamo tutti cosa accadde dopo l’addio a John, che ora riposa in pace. A me piace immaginarlo di nuovo insieme a Keith, a formare la sessione ritmica più potente del cielo.

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John mancò a tutti, e manca tuttora. Io lo ricordo molto garbato e defilato, sempre appartato rispetto a tutti gli altri. Probabilmente, questo fatto – alla luce di ciò che accadde – esprimeva un sintomo di forte disagio. Ma so per esperienza diretta che non si può aiutare alcuno, se questi rifiuta di essere aiutato. Di certo, John per Roger e Pete era come un fratello. Furono colpiti e devastati dalla notizia.

Ci fu poi un altro “fattaccio”, che grazie al cielo fu chiarito in maniera definitiva (e non sto certamente a ribadire qui quel che Pete ha scritto nella sua autobiografia, a tal proposito). E altri dolori, sbigottimenti, lutti, batticuori…

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In un certo senso, “vivere” con gli Who è una scuola di vita e di morte. Per quanto mi riguarda, oltre alla musica e alle incredibili opportunità che Pete ha spesso offerto alla mia vita (personale e professionale), io dagli Who ho imparato ad essere generosa. Dagli Who ho imparato ad andare avanti, ad essere coerente e incoerente come un macigno, sia restando ferma che da rolling stone. Dagli Who ho imparato a bastare a me stessa, a rimettermi in gioco completamente. Infine, dagli Who ho imparato ad essere onesta sin nel midollo, operaia nell’anima, outsider tra falsi perbenisti, orgogliosamente VIVA.

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Negli ultimi giorni, mi è capitato di leggere e ascoltare persone poco comprensive. Capisco che saltare gli eventi londinesi, magari rimettendoci i soldi del viaggio, per alcuni sia stato deludente. Ma non comprendo – proprio a partire dalle esperienze passate – come la gente si aspetti sempre quello che a Piacenza chiamiamo “il tortello a misura di bocca”. Sempre e comunque. Il tappeto rosso e la strada in discesa (dando in cambio che cosa, poi?)

Se è questo che vi aspettate, cambiate genere. Fidatevi.

Io ci spero che a marzo tutto vada bene. E auguro ai tantissimi che me lo chiedono in continuazione che l’Italia possa offrire agli Who il giusto prezzo (perché di questo si tratta) per tornare qui a suonare. Posso però dirvi che quest’ultima defiance londinese, unitamente al ricordo ancora vivo di quella veronese, non aiuterà. Ma non è finita finché non è finita, ça va sans dire…

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Probabilmente ha ragione David Bowie. Da tempo, sostengo che come lui non c’è nessuno. La sua scelta di ritirarsi definitivamente dalle scene, inclusa quella di sfornare a distanza di anni un ALBUM come The Next Day, lo rende superiore in quanto ad eleganza, classe, coerenza e stile a chiunque altro. David non è tipo da intraprendere alcunché, sapendo poi che magari un problema di salute potrebbe portarlo a interrompere un progetto. Si parlava di questo anche con lo staff di addetti ai lavori, a Londra.

E mi piace ricordare che, nel 2000, grazie allo staff di Londra lo incontrai per intervistarlo e fui accolta in modo regale. L’aneddoto, che mai scorderò nella vita, è legato al fatto che David stesso si preoccupava che venissi accolta degnamente, con l’offerta del té delle 5 (eravamo a Londra, in un ufficio di Oxford Street) e lui stesso mi imburrò un triangolo di pane tostato. Era talmente bello e affascinante e sorridente e garbato che sentivo il cuore a mille. Quell’intervista fu probabilmente la più emozionante della mia vita – insieme a quella che feci a Stevie Nicks, per motivi più personali. E ancora oggi, ogni volta che ho a che fare con persone sgarbate, mi dico “Fottetevi! David Bowie mi ha imburrato i toast ed è infinitamente meglio di voi!!!”

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Quel che è certo, è che io appartengo alla “famiglia disfunzionale” degli Who. Siamo working class hero, anche se io stessa provengo da una famiglia nobile e il rock ha decisamente arricchito gli Who negli ultimi anni. Nel midollo, siamo tutti dei maratoneti che continuano a riprendere la corsa, anche se ormai non contiamo più le cadute e abbiamo le caviglie ingessate. Forse non ci importa delle regole. Forse non ci importa di deludere. Di sicuro, non ci importa di nascondere le nostre debolezze.

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Quel che ci importa è rialzarci e continuare a correre.

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(a)LIVE AT LEEDS

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Scrivo queste righe nel giorno dell’anniversario dell’omicidio del mio adorato John, che poi è anche quello della scomparsa del mio papà. Ho sempre pensato che il trascorrere del tempo sia amico degli scrittori. Per me è così, mi piace sempre meno buttar giù le  impressioni “a caldo”, soprattutto se queste si accompagnano a un potente vissuto emotivo.

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Ci siamo. E’ accaduto. Anni fa, non avrei potuto immaginarlo. Io e il mio bambino, tra Londra e Leeds al cospetto degli Who. Pietro nel semicerchio sotto il palcoscenico, a saltare tutto il tempo. Adesso è tutto un “Mamma, fammi sentire questa (Baba O’Riley)… Mamma, rimetti su quell’altra (Won’t Get Fooled Again…)”. So che questo accade ai tanti figli di noi rocker e ci accende di orgoglio e meraviglia.

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Il concerto degli Who a Leeds non è stato perfetto e lo scrivo in una visione d’insieme assolutamente positiva. Prima di tutto perché gli Who, io e Pietro li abbiamo sentiti a Londra nella loro – breve ma ottima – partecipazione benefica, l’estate scorsa. Poi perché un tour con altri musicisti – alcuni dei quali non mi piacciono particolarmente – implica un certo “rodaggio”. (Però vi prego, non fate riferimento ai video postati su YouTube. So per esperienza diretta che non andare a spulciarli è impossibile, ma fidatevi: il sonoro non fa testo).

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E lasciatemelo (ri)dire: il “mio” Townshend è fenomenale, anche quando un suo sguardo incendia chi non sta andando a tempo. Altisonante e regale, nel suo essere musicalmente eccelso. Strafichissimo nella sua comoda tuta blu e con l’aria di trovarsi già con la mente alla futura versione lirico-sinfonica di Quadrophenia (il 5 luglio 2015 alla Royal Albert Hall).

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Roger è sempre in tensione per la sua voce, ma sono convinta che queste prime date siano solo il trampolino dal quale spiccherà il volo. E’ in ottima forma, più sexy di tanti trentenni messi assieme. Il fatto che a Glasgow abbia accettato di cantare per una coppia di sposi, insieme a una cover band qualsiasi (la quale, in video, ha tutta l’aria di farsela sotto) dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, di quanta umanità e generosità grondi il suo animo.

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Il drumming di Zak Starkey è travolgente, ti viene voglia di correre ad abbracciarlo alla fine di ogni canzone. Pubblica confessione dal backstage: dai 15 ai 70 anni, là dietro siamo tutte innamorate di lui – mogli incluse. (E in prospettiva, ammetto: se papà Ritchie facesse un salto per un saluto, l’estate prossima negli Stati Uniti, non mi dispiacerebbe affatto).

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Mi manca un po’ John “Rabbit” Bundrick. La sua musicalità era un tratto distintivo. Per ricordarmene, non occorre tornare molto indietro nel tempo. Proprio ora, sto ascoltandolo suonare il pianoforte in Real Good Looking Boy (nella versione integrale di Then And Now!, non in quella tagliata dell’ultima raccolta). Mi piacerebbe poterlo risalutare a Londra, ma temo non assisterà ai due show natalizi.

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Mi rendo conto: forse preferivate una puntuale, certosina filippica sulle “dinamiche delle modulazioni chitarristiche di Baba O’ Riley” o su “quell’errore alla 13esima battuta di Magic Bus“, per non parlare di quale (stupefacente) sorpresa “sentirli cantare dal vivo A Quick One, While He’s Away” e l’inconsueta opportunità di rianimare un brano come “Cry If You Want, mentre tutti si chiedono dov’è finita My Generation“. Vi consiglio di acquistare il numero di dicembre di Classic Rock e leggere le mie interviste a Pete e a Roger.

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Vi saluto così: W(HO)e Are Family! 

Perché se siete qui a leggermi, so che gli Who non solo hanno allietato le vostre giornate con la loro musica straordinaria. Hanno cambiato, senza possibilità di ritorno, voi stessi e il vostro modo di intendere la vita.

* Le immagini degli Who a Leeds sono di Richard Evans, fantastico Editor e Web Master di thewho.com