(I) Give My Love To London

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Esco dal bel concerto milanese di Marianne Faithfull, 80 minuti di fascino, grinta e malinconia. Frugo nella borsa per toccare i bordi del mio biglietto elettronico. C’è.

Give My Love To London

Riflettiamoci: esiste un vissuto che rende i luoghi e le cose tutte più intime di quanto non siano in realtà, ma è oggettività pura quel senso di ritorno a casa che s’insinua nel mio passo, sospeso tra marciapiedi e solchi di cielo, in mezzo a persone prive di pregiudizio, con un senso di identità chiaro e vittorioso. Qui la diversità è una risorsa. Anche la mia.

Un ragazzo decide di trascinarmi a vedere Van Morrison alla Royal Albert Hall. Tappa non prevista, non ho alcun biglietto. Ma non è questo a fermare gli accadimenti, quando fortuite combinazioni complottano segretamente alle spalle dei nostri programmi.

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La mia entrata al silenziatore è tardiva, lo show è iniziato da un po’. Porto ancora con me la Cheap Flights Bag.

Non essendo questo uno spazio per recensioni – presto conoscerete i dettagli della mia nuova collaborazione – mi limito a condividere la sensazione di aver assistito a qualcosa di perfetto, forse troppo. Una grandissima lezione di stile e di classe, su tutto una manciata di canzoni splendide, sgusciate fuori dal grembo di una voce inconfondibile. Sembra tutto prestabilito: le armonie, la band, il (meraviglioso) sax, le tempistiche, gli attraversamenti nel blues e poi nel jazz e il duetto con Georgie Fame…

Per fortuna che, correndo l’indomani sui Docks, scivolo e batto forte un ginocchio. Nulla di grave però bene, sì… così scopro di amare Londra anche nelle sue imperfezioni, che poi sono le bende sul mio ginocchio sinistro.

E sono proprio le imperfezioni a rendere un’esperienza indimenticabile il motivo per cui sono qui: Elvis Costello SOLO (si fa per dire, dato che ad accompagnarlo spunta anche il caro amico Steve Nieve nonché il Georgie Fame della serata precedente – un tizio di cui vale la pena approfondire la conoscenza, per chi non lo avesse già fatto).

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Ciao, Elvis. Quanto tempo…

Grazie al cielo, sei tornato senza i rapper nei paraggi. Grazie al cielo, ogni tanto hai stropicciato perché in preda, a tua volta, alle emozioni gridate a pieni polmoni in faccia alla vita.

Grazie al cielo, hai avuto momenti di splendore cristallino, quei sussurri di pioggia in caduta libera nel cuore. Grazie al cielo, quando ci voleva (e ci voleva!)

Non so se devo ringraziare il cielo anche per questo, ma penso sia bello poter mostrare un ginocchio fasciato a due vecchi amici, sintetizzando in una risposta il senso del mio recente approdo esistenziale: I run.

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Ciò che ho ascoltato e detto è tuttora in via di elaborazione. Lo racconterò, potete scommetterci. Ma questo è un dettaglio.

Se in concreto qualcosa di artisticamente – e moralmente – ha molestato un pezzo della tua argilla, modificandoti per sempre, non è più una questione di parole messe in fila. Magari, con un bel titolo e una grafica pop.

C’è altro.

Dance by the light of the moon boys, dance by the light of the moon

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