Il Decalogo

Perché le giornate, in quella stagione di confusione e di luce, potevano quasi arrivare a non esistere e passavano e passavano senza trovare un corpo o un carattere che ci permettesse di distinguerle le une dalle altre, decideva sempre la temperatura e bisognava insomma trovare una maniera per aprirle queste giornate, perché ci facessero trovare una qualche ragione consolatoria, un movente per parlare ancora un poco di qualcosa, del lontano clima amoroso per esempio e della diversa illuminazione che radunava i giorni, allora.

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A volte bastava cominciare a vedere qualcosa, dapprima accontentandosi di una figura incompleta intravista di là da un portone socchiuso, altre si ragionava sulle abitudini luminose che si contraggono in casa e rimangono poi disegnate nella memoria come una quieta soluzione delle nostre attese diurne: le cose belle di tanto in tanto sono gentili, ci danno tempo e restano nascoste come se bussassero alla porta e noi potessimo anche non aprire, accontentandoci di averle udite poco lontane e forse nemmeno intenzionate a scappare via subito.

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Oltre alla confusione e alla luce c’erano inoltre moltissimi fantasmi di persone un tempo amate che circolavano come nuvole fra i nostri pensieri, e agitavano molto le chiacchiere e le ipotesi sui giovanotti per la strada, soprattutto quelli in bicicletta, che sembravano meno vigliacchi degli altri perché, coi pantaloni corti, si lasciavano vedere i muscoli e i peli delle gambe mentre pedalavano: noi tutte consideravamo che doveva essere soprattutto a causa dell’aria che avevano un aspetto così fresco e pulito, alcune tuttavia sostenendo che quell’aria così, un po’ sopraffina, dipendeva dal fatto che si erano svegliati da poco, adesso che si era nel primo mezzogiorno. Insomma questi enigmi sugli uomini ci facevano un poco dimentiche della calura e distratte, ma quasi subito il tempo riprendeva come indistinto e solamente greve dappertutto, così abbiamo cercato con fatica altre acrobazie per allargare le ore e avere sotto gli occhi qualcosa da guardare, che non fuggisse via come le biciclette ma neppure godesse di una permanenza così misteriosa come accadeva invece coi fantasmi dei vari fidanzati. Uno di questi fantasmi aveva tra l’altro l’abitudine, che ci faceva imbestialire quasi tutte a parte l’interessata, di fare le sue apparizioni abbronzatissimo e in gran spolvero, come a dirci che se ne infischiava fortemente della temperatura che ci affliggeva, perché di sicuro da qualche parte lì vicino c’era il mare a rinfrescargli la pelle oppure la corsa di un fiume a tenergli compagnia.

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Mentre le giornate, le giornate intere, abbiamo cominciato ad aprirle, animate da forte intenzione, scivolando nella mania cinematografica e, per caso fortuito, partendo alla conquista di un piccolo cinema di provincia, dove eravamo state invitate a fare la programmazione delle pellicole per buona parte dell’estate. Da noi le colline fanno un po’ fatica ad abbandonare la pianura, così muovono lentamente dalle sue ultime promesse di campagna, come vascelli che decidano con qualche rimpianto di prendere la lontananza, quella che le chiama per aprire altre valli nelle regioni confinanti. Il paese che ci aveva affidato il cinema si trovava proprio in una zona di frontiera fra una regione e l’altra e raggiungendolo ci aveva preso il pensiero che lì, forse, trovandoci in un luogo di passaggio e di dimenticanza stagionale, avremmo finalmente disorientato i fantasmi, come minacciandoli col nostro viaggio all’estero, con l’idea irrinunciabile di cambiare una volta per tutte l’intera popolazione di maschi che ci rendeva nervose e quindi poco abituate al caldo.

Il cinema era stato ricavato nelle stalle di un’abbazia del Medio Evo che ai tempi ospitava monaci amanuensi di provenienza irlandese, ed era una sala fresca per via dei muri spessi, con le poltrone azzurre e una buona illuminazione interna che faceva la sua corsa sottile sulle pareti come un invito: ma altre cose risuonavano allo stesso modo nell’atrio e facevano una specie di tranquilla compagnia agli spettatori fino allo schermo, la biglietteria, le lampade che funzionavano nell’intervallo fra il primo e il secondo tempo e le altre d’emergenza, ogni cosa sembrava lì per avvertire che dietro le tende, una volta sedute, le persone avrebbero trovato una parete dove la luce sarebbe caduta con ordine, dando una ragione alle figure che si sarebbero rivolte la parola sullo schermo e un motivo a quelle fra loro che avrebbero desiderato avvicinarsi, e su quella parete illuminata ogni figura e cosa era sì come un fantasma, ma finalmente imprigionato in una storia e ormai incapace di fare le sue apparizioni dappertutto e a suo piacimento. Insomma ci sembrava di aver fatto un grande affare e nutrivamo la segreta speranza che anche i nostri fantasmi personali sarebbero stati attirati da quella particolare parete illuminata come succede alle falene con le lampadine, e forse, ignari di quel trucco a causa della ormai consolidata distanza dalla reale realtà del nostro mondo, loro si sarebbero incaponiti d’invidia amorosa per le attrici tutte bellissime che recitavano nei film, decidendo infine di andare a tormentare loro con la stessa ostinazione e sfacciata baldanza che avevano dedicato a noi fino a pochi giorni prima.

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Qualche speranza ci era venuta dalla strada che prendevamo per raggiungere il cinema, una vecchia provinciale con moltissime curve che dipanavano le case e i ponti nel panorama come i personaggi di una lanterna magica che ha perso il giro: i ponti che si infilavano nei paesi e i profili delle boscaglie apparivano per un poco e subito scomparivano davanti ai nostri occhi con grandi effetti di gioco di prestigio, come portando noi un fascio di luce in grado di illuminare prima e abbandonare subito dopo gli alberi e le abitazioni che si vedono dall’altra parte della vallata. Forse quel continuo perdere di vista i paesi che dovevamo oltrepassare lungo la via avrebbe disorientato la migrazione delle nostre fantasie ancora prima di iniziare le proiezioni, e forse là in cima saremmo arrivate sole, con la trasparente leggerezza del cielo sopra la nostra testa, e per questo motivo ogni tanto ci prendeva la voglia di fare qualche riverenza alla strada affinchè ci tenesse in amicizia e assecondasse almeno qualcuno dei nostri desideri: così mandavamo cerimoniosi saluti all’indirizzo degli alberi e delle fonti che incontravamo, pronunciando anche qualche parola sulle condizioni meteorologiche e sulla possibilità che diventassero più gradevoli per tutti gli alberi e tutte le cose.

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Ma avremmo dovuto considerare meglio il fatto che la strada, in prossimità della nostra destinazione, raddrizzava improvvisamente e filava via veloce sul fianco del paese senza entrarci, avremmo dovuto intuire che veniva d’istinto a tutti proseguire senza fermarsi per vedere il Decalogo, ma tutte queste intuizioni mentre eravamo in fuga non ci erano nemmeno passate per la testa e piuttosto ci eravamo impegnate a scegliere quelle pellicole appunto perché svolgessero al meglio il loro compito di trappole celebri e consolidate. C’era una vicenda dove un uomo finiva per stringere la mano a una donna, e sembrava quasi con cognizione di causa, e un’altra dove un altro uomo appoggiava la testa al seno di un’altra donna, come consigliandosi con il suo angelo, e un’altra ancora dove moltissimi tram circolavano nelle periferie di una città innevata, coi parabrezza che portavano in giro la nostalgia dei cieli e delle piazze: insomma avevamo cominciato a provare una certa sicurezza grazie a tutte quelle invenzioni cinematografiche e vedevamo dappertutto fra le pieghe dei racconti, io soprattutto tra quei devastanti silenzi, sempre nuove e più esaltanti garanzie che i nostri disegni non erano affatto soli al mondo.

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Tuttavia dopo le prime proiezioni non avevamo conseguito alcun risultato, non solo i fantasmi non erano ancora comparsi in paese, ma le venti, a volte trenta, persone che venivano, prima di pagare il biglietto ci osservavano attentamente e un po’ fisse, disorientate forse, neanche fossimo noi quelle dotate di natura aerea e trasparente, e visibile solo ai proprietari di ossessioni sentimentali: alla fine ci salutavano sembrando quasi rassicurate sulla nostra effettiva esistenza, e si avventuravano con un altro timore oltre le tende della sala.

Eppure, anche se il numero di spettatori era aumentato dopo le prime due settimane, gli animi di noi tutte erano ancora piuttosto infelici, nessuno dei fantasmi si era ripresentato ai nostri occhi ma la nostra speranza di liberarci tramite il cinema delle nostre ossessioni amorose ci appariva sempre più chiaramente come un inganno, come un tortuoso intrigo di Kieslowski per comprovare la fedeltà delle ossessioni medesime che dicevamo di voler far scomparire per il resto del tempo dalla nostra vita. Loro, i fantasmi d’amore, non erano poi così affezionati alle nostre persone, eravamo piuttosto noi ad avere quotidianamente bisogno di loro e alla fine abbiamo d’improvviso capito che ognuna di noi temeva che avessero deciso per loro conto, da qualche parte nelle boscaglie della valle, di non ripresentarsi mai più al nostro sguardo in realtà morbosamente malato e desideroso dei loro inganni. Era cominciata così nelle nostre teste una nostalgia malsana di cui eravamo le uniche responsabili e, in assoluto, colpevoli senza attenuanti; c’erano dappertutto i brividi della mancanza e uno sfinimento che non aveva più nulla di estivo e quindi stagionale, ma mostrava piuttosto una certa propensione alla permanenza, se non addirittura all’eternità, ognuna delle nostre commozioni in circolo come se mentre guardavamo i film fossero andati persi i custodi della nostra apparenza e dei nostri abiti mentali.

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Io ero così affaticata dall’attesa e dalle perlustrazioni degli occhi nel cielo che mi sembrava che anche l’anima si fosse addormentata dentro di me, ormai stralunata e rimasta in grande disordine dopo l’ultimo luttuoso avvenimento, con moltissime miserie della vita davanti agli occhi, senza più fantasie amorose che mi inseguivano e pure senza più alcun desiderio di affrancarmi dalla memoria del cuore, quasi accecata dal mondo vuoto dietro l’aria luminosa e trasparente dove erano andati a sparire i miraggi dei miei sentimenti.

Di sera tardi, dopo che avevamo ripulito la sala e cambiato la locandina con quella del film successivo, chiudevamo il cinema cominciando a camminare verso le nostre automobili, qualcuna con la testa per aria e qualcun’altra a passar le mani sulle siepi del giardino sul fianco dell’abbazia, con gli occhi o con le mani si facevano ancora fortunatamente molte carezze alla cose, un po’ consolate dalla pigrizia dei gatti che offrivano la pancia all’aria fresca della notte a venire. Senza destinazione, lontana dalla grazia e dall’infanzia dei pensieri, ascoltavo guidando in silenzio le parole degli altrui incantamenti e irrisolte questioni amorose. Vedevo con una certa chiarezza che il dolore non rimane mai negli occhi di una sola persona e dopo averla ferita fa in modo che si guardi intorno, obbligandola a ferire a sua volta, senza che ci sia una ragione perché si scelga qualcuno invece di un altro, semplicemente spinte in avanti da un meccanismo naturale che ci fa vittime e poco dopo emissari di una sofferenza che ci oltrepassa: come se una volta ingiuriate cominciassimo a inseguire qualcun altro per offenderlo a nostra volta aprendo in questo modo un dialogo senza ritorno, che continuerà senza che il primo responsabile (Dio o chi per lui? Oppure un insulso, ricco, autodistruttivo insieme contorto cellulare imperfetto? Perché un genio come Kieslowski non ha risposto nemmeno a questa domanda?) e la prima vittima si incontrino di nuovo in questa vita, perché la solitudine non si ferma mai, parla dappertutto e si può trovare anche più facilmente quando non si è soli e cambia il colore degli occhi di tutte le persone, come fosse una specie della polvere che si appoggia sulle cose e le allontana l’una dall’altra.

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Poi ho proposto, nelle ultime due sere, di fare le proiezioni all’aperto ed è successo che i pensieri che ci erano venuti in testa si sono addormentati, di punto in bianco, come fanno i bambini piccoli, e dappertutto potevamo osservare le circostanze della nostra solitudine che in gran numero rincorrevano altre persone e quelle persone non sembravano affatto sorprese da ciò che stava loro accadendo, quasi fosse un evento periodico e dovuto alla stagione essere raggiunti dalla solitudine di qualcun altro: di pomeriggio, dopo aver sistemato le seggiole per favorire una specie di visione panoramica dello schermo, restavo seduta a lungo per osservare quella circostanza che mi aveva oppresso e ora aveva deciso di abbandonarmi e soprattutto per controllare che seguisse per un tragitto sufficientemente lungo la via infine prescelta.

L’ultima sera, in particolare, mi ritrovavo a un certo punto seduta vicino a due grandi alberi che nel vento facevano moltissimo rumore di foglie che chiacchierano guardando – anche loro – per aria, tremavano allora anche le immagini sullo schermo e gli attori dimagrivano e anche i paesaggi si assottigliavano: il vento faceva perdere ogni profondità ai trucchi del cinematografo e allora guardavo le altre e a tutte prendeva la paura che gli spettatori si risvegliassero e provassero subito un irrefrenabile desiderio di uscire, ma l’aria finiva sempre per calmarsi e le chiome degli alberi si posavano sui rami e c’era di nuovo ospitalità per almeno qualcuna delle parole e realtà per il solo silenzio del film.

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Più tardi, ho sentito quell’estate dirmi addio mentre osservavo la frusciante cadenza del tempo notturno, come quello del cinema: correva rimanendo silenzioso, ad eccezione di quel debole disegno delle ore, che l’anima tenta di scordare, fra pause e disorientamenti. E le nostre osservazioni dei fenomeni nel cielo, nonostante in quel tempo parevano essere a malapena accadute con frequenza immaginata, non sembravano essersene accorte e seguitavano ad agitarsi senza ordine o costrizioni.

Ecco come è stato che gli avvenimenti hanno preso la piega della salute per gli occhi e l’imperturbabile proseguimento di un nuovo tormento per l’esistenza, è proprio successo così che hanno trovato una loro foce in un cinema all’aperto in un paese di collina, una volta che eravamo preoccupate per le promesse di pioggia nel cielo.

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Una Stella Nera nei nostri territori di carne a di pensiero

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Sarebbe fin troppo facile tentare un’analisi della nuova canzone di David Bowie, I’m A Blackstar, dopo ore ed ore di confronti e dibattiti nel bellissimo gruppo Facebook gestito da Walter Bianco, David Bowie Fans Italia. Inoltre, perché scrivere di una sola canzone invece di aspettare l’intero nuovo album – già ben accolto, in anteprima, dai critici musicali inglesi e americani?

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Il motivo è uno solo e lo condivido, in queste ore, con tutti gli appassionati di Bowie – che definire fan sarebbe fuorviante poiché, nella corte di White Duke, nel corso degli anni ho conosciuto alcune tra le persone più intelligenti, curiose, bizzarre, eleganti e oltraggiose che io ricordi. Persone (chi più, chi meno) che tengo in gran considerazione, curando i miei  rapporti – alcuni dei quali virtuali – con loro poiché fonte di notevole arricchimento per me stessa e per la mia professione.

E dunque, ecco il motivo: David Bowie, ancora una volta, ci ha dato un bello scossone. E’ accaduto una sera qualunque di un freddo fine novembre mentre eravamo, seppur curiosi, in altre faccende affaccendati e con aspettative piuttosto quiete. Un po’ perché ci era bastato The Next Day. Un po’ perché nelle orecchie c’era ancora il frastuono del terrore parigino (e non solo parigino). Un po’ perché Bowie noi lo ameremmo comunque, sempre. E un po’ perché di tutto si era già ascoltato, letto, analizzato, criticato, conservato, riscoperto. Una collezione di amore ed odio, passione e furore, abbandoni e rinascite. Un solco nei nostri territori di carne e di pensiero, David lo aveva già lasciato.

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L’altra notte, messo a letto mio figlio, lontana dal mondo ho aspettato il video di I’m A Blackstar. Come si aspetta un treno. Come si aspetta una telefonata del destino. Sola e in silenzio. Più del video, in realtà io attendevo di ascoltare la canzone ma, come ben sa ogni amante di Bowie, i suoi video raccontano la musica stessa – e non solo le liriche, in questo caso particolarmente poetiche e zeppe di sottotesti.

Ipnotizzata, ho ascoltato una delle canzoni più interessanti dell’ultimo Bowie (e meno male che non si è fermato a Reality…), in cui ritmiche ipnotiche si annodano a strati vocali multipli e ondeggianti. C’è un sax che, personalmente, da trent’anni non mi provocava brividi simili. Il brano si divide praticamente in due e il video mostra il cambio d’atmosfera. C’è chi si spreca a parlare di Jazz, ma sarebbe riduttivo. I’m A Blackstar contiene di tutto e io lo definisco una mini-opera

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Chi è Lazarus, lo sappiamo tutti. Chi è Major Tom, le cui spoglie vengono sfiorate con cura da una giovane ed insolitamente serena Frida Kahlo, lo sappiamo bene. Scorre dentro ai nostri secoli venosi il racconto evangelico del Golgota, il vento sulla collina e la danza delle streghe. Familiare agli occhi è quel rituale satanista già caro a Stanley Kubrick, ben prima (e con risultati migliori, cinematograficamente) che a Johan Renck, regista del video e di altre serie televisive (tra cui The Last Panthers, il cui brano fa da sigla). Probabilmente ci siamo chiesti se quei tremori non siano danteschi: inquietano, eppure Rudolf Laban li avrebbe molto amati. C’è un unico cero acceso, nel tetro palazzo in cui ogni Principe Nero regna sui suoi fantasmi. Guglie prive di elementi architettonici si ergono come braccia in cerca di appigli verso un grigiore polveroso, dominano l’orizzonte di un paesaggio spoglio, come il magro scheletro di Major Tom che dallo spazio sprofonda nella sua eclissi finale.

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Quel che commuove, e fa riflettere, è lo strazio visibilmente contorto e sofferente di David/Lazarus: simboleggia l’uomo cieco, per poco ancora in attesa di un miracolo, che si trasformerà in un uomo vedente ma accecato da sete di potere, che distrugge l’amore e pertanto si autodistrugge.  L’unione delle streghe, in un sabbioso girotondo, suggella il patto con la morte tramite un teschio ingioiellato, dipinto dalla stessa Kahlo. La sagoma diabolica, a dire il vero, assume sembianze ridicole – ed anche questo aspetto è sicuramente voluto e vuole dirci qualcosa sul Male – e  raggiunge i tre sulla Croce, dolorosamente legati e attratti dalle tentazioni come Ulisse dal canto delle streghe/sirene. Gli uomini sono di paglia, inconsistenti. C’è un Bowie rinato e potente, che osserva con occhi tornati limpidi la scena da un brandello di cielo illuminato. In un angolo, le anime del Purgatorio ora si nascondono senza tremare ma non ci sono angoli accoglienti e sembrano non capire ciò che sta accadendo.

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A parte i chiari riferimenti a Major Tom e ai simboli cosmico-esoterici, di cui il passato di Bowie è zeppo (e qui c’è un riferimento a una scena del film Moon, diretto dal figlio Duncan), la mia mente è corsa subito a Station To Station, titolo che si riferisce alle stazioni della Via Crucis: il cammino di Cristo verso la Crocifissione. Il Cristo ora è già crocifisso ma non è umano: è un uomo impagliato, non incarnato. Il male ha vinto sul bene, non esiste un Dio buono perché forse l’uomo stesso ne era l’incarnazione e oggi l’uomo è un egoista senza valori e senza idee, scontento e pertanto cattivo. I’m A Blackstar: si trova al di sopra di tutto e di tutti, il destino scritto in una Bibbia nera.

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Non è un’immagine di speranza, tutt’altro. David Bowie ha spesso provocato il suo pubblico, del resto lo hanno fatto altri grandi intellettuali. Chi pensasse che l’operazione è voluta, mancherebbe di realismo: a 70 anni, con una carriera talmente forte – di successi e di significati – da superare (qui lo dico e qui me ne assumo la piena responsabilità) quella di CHIUNQUE ALTRO, a Bowie non occorre provocare gratuitamente, non più. Come solo i veri artisti sanno fare, anticipando ciò che sta per accadere, David ci racconta ciò che vede nel mondo, dopo aver già alzato la domanda più urgente e attuale sulla nostra esistenza umana: Where Are We Now?

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Il mio Neverending Tour sul Magic Bus

Serena Baratelli è una giovane giornalista che mi ha concesso il suo ascolto prezioso durante una lunghissima telefonata, tutta all’insegna del rock. La ringrazio per aver ritenuto la mia storia degna di essere narrata e scritta con tratti d’entusiasmo e competenza. Grazie dell’ospitalità a La Valvola, che vi invito a conoscere e a frequentare anche in futuro.

http://www.lavalvola.it/2015/11/17/la-ragazza-degli-who/

 

 

 

Di corde e di catene (mentali). Nel nome di Neil Young

Come chitarrista non sono affatto bravo, suono per automatismi e quindi non sono affatto bravo

Per quanto possa sembrare incredibile, mi sono ritrovata a consolare un mitico chitarrista che, prima dei concerti, andava in crisi su una questione in realtà legata più a fragilità personali che oggettive. Eppure, per certi aspetti, questo pensiero un po’ di verità la contiene ed ogni musicista lo sa bene. Per questo l’altra sera, tra le prove e la performance in occasione dei 70 anni di Neil Young a Correggio, ho raccontato l’aneddoto a Francesco Lucarelli.

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Lucarelli è una persona alla quale mi sento grata perché, per una di quelle misteriose assonanze che ogni tanto accendono associazioni mentali, un bel giorno mi ha proposto di suonare l’arpa in alcuni brani di Young, insieme a lui. Cosa che è coraggiosamente accaduta, grazie all’energia e alla volontà di una delle persone a cui voglio più bene in assoluto: Giampaolo Corradini. Oltre ad aver condiviso il palco con vari amici dal cuore rock, ho conosciuto Stefano Santangelo, un mandolinista che in certi momenti trasforma le corde in canto e in altri in un violino con le ali.

Sono tornata a casa contenta ma soprattutto grata a queste persone perché mi hanno insegnato qualcosa di nuovo e di prezioso ossia che la base accademica è qualcosa di eterno ma, come nella vita, ogni tanto è utile spezzare le catene che tendono a fermarci sempre lì, in sicurezza, per affrontare l’incerto. Un aspetto riguarda il rimettersi in gioco, tarando i propri limiti e necessità (e voglia) di ideare arrangiamenti degni del repertorio e degli intenti di chi suona. Un altro riguarda la collaborazione con gli altri, che per un’arpista si rende particolarmente necessaria, essendo lo strumento ancora in fase di crescita: si pensi che, fino all’Ottocento, il cromatismo sull’arpa era qualcosa di vagamente concepito, il suo utilizzo strumentale in orchestra avvenne principalmente grazie all’arpa di Erard. Ho sempre avuto gran sete di una maggiore letteratura per arpa solista ed infatti chiedo a qualsiasi compositore di scrivere qualcosa (vado fierissima del fatto che molte prime opere siano state dedicate a me, persino dal celebre Lawrence Ball, le cui musiche spero di registrare presto).

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C’è poi l’arpa celtica, nata soprattutto per la musica popolare nordica, spesso come accompagnamento pressoché diatonico di filastrocche accennate in punta di vocalizzi. Quell’arpa celtica che, l’altra sera, con Lucarelli ho cercato di trasformare in strumento ritmico più duttile del consueto, con qualche ricerca di suoni omonimi e rinforzo di bassi laddove occorreva.

La parte di critico musicale che aleggia in me anche quando mi nascondo dietro le otto dita sulla cordiera, vuol concedersi due osservazioni. La prima che un piccolo ma prezioso bagaglio come quello descritto lo si acquista solo se gli altri sanno suonare. Ho apprezzato lo stile di Francesco, anche vocale, nonostante l’umiltà con cui lui si è definito musicalmente – non a caso, l’umiltà appartiene anche al chitarrista citato all’inizio di questo blog ed è una qualità rara. Più spesso del dovuto, capita di ascoltare cover in cui la voce rincorre quella del cantante originale, sostenuta (?) da armonie simil-veritiere, copiate da infiniti ascolti su disco. Alla base c’è un affetto sincero e questo è ammirabile però manca qualcosa che invece ho ritrovato nelle versioni che Lucarelli ha fatto di Neil Young e nel cristallino accompagnamento di Santangelo: si chiama PERSONALITA’ ed è un ingrediente unico al mondo.

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Forte di questa esperienza, e grazie al lavoro extra svolto per gli Who (a proposito: ci si rivede tutti a Londra il 13 febbraio e a New York in marzo?), a giorni acquisterò la mia prima arpa elettrica. Considerando che ho chiamato mio figlio Pietro in omaggio a Townshend, che la mia arpa celtica si chiama Silly a causa del modo in cui spesso la suono e che la mia suadente arpa classica si chiama Stevie (indovinate il perché), chiamerò la mia arpa elettrica Lucy. In tal modo, renderò omaggio sia a Lucarelli che ai Beatles. Sperando di suonarla in futuro attraverso kaleidoscope eyes.