La fiducia è una zattera nell’oceano tempestoso

A Milano cercavo di capire, in un megastore centralissimo, dove avessero messo il Quadrophenia Classic di Pete Townshend (recentemente presentato a Londra, su Classic Rock di agosto trovate un mio pezzo con splendida foto di Matt Kent).

Come temevo, il Quadrophenia Classic non si trovava sullo scaffale dedicato alla Musica Classica e, purtroppo, neppure su quello con la dicitura Classica Contemporanea (che mostrava, giustamente, anche i Cd di Morricone, oltre a Satie e a qualche compilation d’epoca Pavarotti&Friends).

No. Quadrophenia Classic, così come del resto il Liverpool Oratorio del Macca, se ne stava nello scaffale Rock, e neppure tanto visibile, o meglio indistinguibile in mezzo ai Cd sparsi della lettera “T” (in Italia, Townshend non merita una dicitura a parte…del resto, persino la sua ultima raccolta Truancy si trova in mezzo ai Cd degli Who).

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Il risultato di questa mia perlustrazione, ancora fremente per le sensazioni speciali che hanno vibrato fuori e dentro di me alla Royal Albert Hall (dove la straordinaria orchestrazione della bravissima Rachel Fuller ha mosso un’intera orchestra di grandi professionisti e dove gli interpreti, soprattutto Pete, sono rimasti persino in secondo piano rispetto alla magnificenza delle armonie strumentali), mi ha portata a riflettere su una dichiarazione di Townshend, che lamentava il fatto che Quadrophenia Classic (ha venduto e sta vendendo benissimo) sia stata esclusa dalla classifica inglese dedicata alla Musica Classica.

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Non mi sento di entrare nel merito della questione in quanto, mi rendo conto benissimo, per noi Quadrophenia resta soprattutto una rock-opera (ma se è per quello, in tanti pensano sia addirittura solo la colonna sonora di un film omonimo). Del resto, a parte il mio fino orecchio arpistico, partitura alla mano Quadrophenia Classic è divenuta un’opera dall’orchestrazione mastodontica – così come mastodontica era la struttura dell’album originale degli Who, ai quali secondo me Fuller ha reso un tributo magnifico (inclusi John e Keith, anzi soprattutto loro). Piuttosto, Alfie Boe è molto popolare e simpatico (non se la tira e si concede fino all’ultimo alla foltissima schiera di suoi ammiratori) ma mi lascia un filino perplessa.

Ad ogni modo, spesso c’è di mezzo una delle cose più preziose della vita: la fiducia.

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È la fiducia che ha cementato, negli anni, il rapporto tra Pete e Alan Rogan, ad esempio – eccellente tecnico che prese in cura già le chitarre degli Stones, di Tom Petty e di molte altre leggende del rock. Per non parlare di quello con Bob Pridden, sound engineer che ha rivoluzionato i concerti ed è considerato un’anima degli Who, almeno quanto Pete e Roger. E naturalmente Bill Curbishley, Nic Joss, Matt Kent… e, in ordine decrescente ma non meno importante, di tanti collaboratori e amici che negli anni continuano ad esserci.

Forse, un pochino (un puntino nell’oceano) anch’io. E voi, appassionati Wholigans sparsi in tutto mondo.

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Noi che, a nostra volta, abbiamo fiducia nelle qualità e nelle possibilità aristiche (non solo trascorse ma presenti e future) di chi ci ha regalato un oceano di ricchezza sonora. Inestimabile. Indispensabile. Difficilmente categorizzabile (appunto!)

Ah, la fiducia… ultimamente ci rifletto spesso. Ha a che fare con la parola che diamo alle persone, che si tratti di lavoro o di affetti. È probabilmente quanto di più fragile e indistruttibile possa trasformarsi. Quando viene tradita, crolla un pezzo del nostro mondo. Un po’ come le Twin Towers l’11 settembre. Fa male e ricostruire diventa, salvo rari casi, impossibile. Ma se rimane intatta, fa sì che i rapporti proseguano 20, 30, 40 anni e più.

La fiducia non la si può spiegare né inventare. Se esiste, la senti. E va oltre gli scaffali di un megastore o l’esclusione dalle classifiche colte.
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The Blues to The Bush to The Royal Albert Hall to Giuseppe (1999 and 2015 and The Future)

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– Joseph, ti dedico il mio prossimo post sul blog!

– Sì, figurati…

Ecco, Giuseppe Moleri altrimenti detto “Joseph” da tutta la Who-family (che ti conosce e ti apprezza, almeno quanto me). Se hai dubitato delle mie parole, allora tu non mi conosci… non mi conosci ancora. Com’è possibile?

Tirandoti bonariamente le orecchie, adesso ti tocca. Perché sì, verrà il momento di parlare ancora di Pete, degli Who, del tour e dell’America ma io adesso voglio parlare di te.

Non sai quanto (quanto quanto) piacere mi abbia fatto vedere la tua sagoma avvicinarsi in mezzo al codazzo notturno della RAH, la sera del Classic Quadrophenia. Ti eri avvicinato in molte altre occasioni, muovendoti persino per le presentazioni dei miei libri. Ma questa volta, caro Joseph, era diversa.

Ti ho sempre considerato speciale: non è da tutti ritrovarsi, di punto in bianco, a fare il Daddy Rock di quattro (straordinari) figli con lo spirito e l’energia che da sempre ti contraddistinguono. Soprattutto non è da tutti rimettersi on the road dopo aver detto addio ad uno di loro e aver pianto tutte le lacrime che gli oceani potessero contenere. “Reagisco per tutti gli altri” mi hai sussurrato a Londra. “Perché è giusto farlo, la mia salvezza e la mia memoria stanno tutte qui”.

Here by the sea and sand / Nothing ever goes as planned…

In passato, io e te ci siamo silenziosamente allineati decine di volte, senza saperlo. England, Usa, Germany, Switzerland… finché il destino ha voluto che incappassi, sotto il cielo notturno di un clima pre-natalizio che tagliava in due i fumatori fuori dallo Shepherd Bush Empire, in un barbuto italiano che saltellava nel gelo in attesa che uscissero gli Who, dopo il secondo dei loro bellissimi show del 1999.

Non ricordo esattamente se fu prima o dopo che caricarono Noel Gallagher ubriaco fradicio (e vomitante) sul camioncino, originariamente destinato alle chitarre, ma so di certo che finalmente Giuseppe tu ti presentasti e io feci quello che, in ogni possibile occasione, ho sempre fatto: mi sono tolta il pass e te l’ho messo al collo.

“Buon Natale!” ti ho gridato ma tu ti eri già fiondato giù dalla scaletta, in preda al desiderio di riuscire a goderti l’ultima parte di una bellissima festa – e così fu.

Ero sicura che ti avrei rivisto a Lifehouse, così come in altre occasioni, ma l’altra sera sei riuscito veramente a stupirmi.

A stupirmi tu, che balli fino all’alba con la figlia minore di Roger – e lui non si arrabbia.

Tu, scelto come cavaliere dalla famigerata Mamma Townshend (e io davvero mi piegai in due dalle risate quando poi raccontasti i dettagli).

Tu, che alzavi il calice di birra con John (fosti uno degli ultimi a riuscire a farlo ridere) e ti beccavi le pacche sulla spalla da Ray Davies (mentre io aspettavo, indomita e defilata, che si aprisse il solito camerino come se il resto del mondo mi fosse totalmente indifferente).

Tu, che a Verona hai risollevato il morale della band nel momento più critico, Shelter From The Storm (vorrei tanto che fossi tu stesso a raccontarlo nel prossimo progetto sugli Who che sto curando), e i dettagli qui si fanno particolarmente illegali

E ancora tu, che la davi ad intendere a Crosby e a Nash in una maniera in cui, osservandoti da lontano, avrei scommesso che da te avrebbero acquistato un’intera enciclopedia ciascuno. Per non parlare di Tom Petty (senti un po’, ma quando la scrivi un’autobiografia?)

Ne abbiamo vissuti di bei momenti, in questi ultimi 15 anni, caro Joseph. Peró ci è scappata anche qualche lacrima – e ci stava, altro che!

Guarda che io tra un paio di mesi ti aspetto a Los Angeles: la California senza Giuseppe Moleri non sarebbe la stessa.

PS Nei momenti difficili, io ho tre punti di riferimento: il primo si chiama Pete, il secondo Paolo Bossi (il mio Guardian Angel, che sulla sedia a rotelle va molto più veloce di me lungo i tornanti della vita) e il terzo sei tu.

Da voi cerco di imparare la dignità che eleva il dolore e partorisce il coraggio. Ci provo.

Forse questo non te lo immaginavi, caro Joseph, ma ora lo sai. È tutto scritto qui, nero su bianco.

On Stage

Il Teatro, che grande mistero… tra polvere e riletture, mi accingo entro fine anno a diventare adultera, divorziata, risposata, adultera bis (e tris) con possibilità di perdono.

Un po’ sorridendo – ma mica poi tanto.

A parte la “patacca” in Comune ed il fatto che nessuno dei tuoi mariti sia descritto da TS come uno stronzo, la vita vissuta dovrebbe correre un pochino in mio aiuto. Cara Felicity, io guardo al tuo esempio (e spero di farcela…)

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The Who By Fans: un nuovo progetto, fatevi avanti

Quando ho ascoltato Bruce Springsteen parlare in questo modo degli Who, mi sono un po’ commossa. Mi capita ogni volta che Eddie Vedder li nomina o li presenta da qualche parte, per qualche ragione, perché penso subito “sì, siamo tutti Wholigans: solo una grande passione per questa straordinaria band riuscirebbe a far sgorgare simili parole”.

Senza chiamarvi Springsteen o Vedder, incontrare molti di voi in questi anni mi ha regalato un calore e una condivisione fortissimi. Il mio primo libro sugli Who “Magic Bus – Diario di una rock girl” (Editori Riuniti) e questo recente blog sono nati con l’intento di aprire una finestra sulle mie emozioni, da condividere con chi le prova a sua volta.

Si profila all’orizzonte un progetto dedicato agli Who, che coinvolgerà i loro fan (non solo italiani ma di tutto il mondo). E stavolta si baserà su un’ampia parte fotografica ma anche su testimonianze degli incontri, degli aneddoti e del vissuto di ciascuno legato alla band. Curare qualcosa del genere mi fa particolarmente piacere, sia perché la dispersione di simili meraviglie sui social network non gli rende giustizia, sia perché la penso come Pete, Roger, John e Keith. Hanno sempre considerato il loro pubblico una parte vitale della band: “Senza i loro fan, gli Who non esisterebbero”. Noi e loro rappresentiamo dunque una sorta di famiglia e credo di non esagerare affatto nell’enunciarlo, vi basti solamente pensare alla celebrazione che Townshend ha fatto di Jimmy (che è un po’ tutti noi, femmine incluse) in quel mastodontico capolavoro rock chiamato Quadrophenia (ora anche in versione Classic).

Desidero spiegare approfonditamente, per ora, i dettagli in privato. Quindi vi invito – che abbiate materiale fotografico vostro o storie particolari da raccontare – a scrivermi. Vi prego di mandarmi, qualora non ci conoscessimo, alcune righe di presentazione. E vi prego di non postarle su Facebook bensì di utilizzare comunque (lo ribadisco) la forma privata di comunicazione attraverso la quale sto già raccogliendo adesioni. Potete farlo tramite i social network oppure all’indirizzo elebaga@libero.it

A voi la scelta, I’ll be LISTENING TO YOU

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