La svolta, la strada e Bruce

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Quanto può aprirsi un sipario sulla disperazione di un figlio che ama il padre ma è costretto a dirgli addio? Bruce Springsteen a Broadway mi ha ricordato moltissimo quel punto struggente del romanzo di Cormac McCarthy, “La strada”. Eppure non c’entra la cifra stilistica, letteraria e teatrale che Springsteen utilizza nella sua sceneggiatura. Le canzoni c’entrano, ma fino a lì. C’entra moltissimo ciò che sta dietro, e dentro, a quelle canzoni: la vita. Forse alcuni ancora non sanno che si tratta di un vero e proprio monologo, con un parziale accompagnamento musicale, (ben) scritto da Bruce e interpretato non con l’esperienza del rocker da stadio, ma con il sussurro della persona che si mette a nudo. L’amico Ermanno Labianca mi aveva avvertita: “Sentirai anche i respiri fuori dal microfono”. È stato davvero così.

La biografia di Bruce è il punto centrale da cui si snoda il filo del gomitolo, ma tantissime sono le battute e le riflessioni spontanee, accese da un certo mormorio della platea oppure scandite appena dalle labbra di chi sta rivolgendosi con il cuore in mano (senza la musica) al suo pubblico e, in larga parte, probabilmente anche a se stesso, come se in certi istanti calasse il silenzio e in uno spazio lontano nell’orizzonte del teatro, dove si perde lo sguardo, un fantasma proiettasse i ricordi di una vita. E che vita…

Tra un guizzo e l’altro da puro entertainer di stand-up-comedy, Bruce Springsteen ridesta la sua Casa degli Spiriti, snocciola la sua Spoon River asciugandosi, per ben tre volte, le lacrime dagli occhi. Ed io, che ho sempre avuto il problema di contenere la mia trasparenza in un mondo di squali, che se va bene ti danno per scontata invece di divorarti, di fronte ad uno come lui crollo. Scendo in profondità che, sinceramente, avevo chiuso in una dispensa, abbastanza al sicuro. Quantomeno possedevo solo io la chiave per decidere se e quando riaprire lo spioncino. La crisi si accende, ed è tuttora in corso, ma è anche una svolta personale.

Lo spettacolo di Bruce Springsteen, da un punto di vista teatrale, è una delle performance più intense alle quali io abbia mai assistito. È stato così per tante persone, non solo per me. Lo spettacolo di Bruce Springsteen, da un punto di vista personale, è una delle esperienze più devastanti del mio bilancio esistenziale. Ci sono i padri troppo distanti e quelle madri che, con tutta la loro forza e caparbietà, in una solitudine che apparentemente sembra colma di persone, in realtà tirano da sole il carro per tutti. Ancora una volta, a illuminare le paure e le fatiche c’è la musica. Musica da ballare sulle ingiustizie della quotidianità.

Bruce dal palco non parla di figli, e si capisce che ci sono dentro senza essere mai nominati. Colgo tutto il suo pudore nel non farlo. Chiama sul palco la compagna di una vita, quello è il senso della presenza di Patti Scialfa in due canzoni. Non di meno, chiama e richiama continuamente l’amico Big Man. È difficile sopravvivere senza un rene, probabilmente sarebbe stato meno difficile rispetto a quando sai di aver perso il fratello che più tenevi stretto all’anima. Ora certe cose che sapevi di poter condividere solo con lui restano lì, in attesa di un nuovo incontro nella prossima vita. È una sensazione che fa male, dire addio a chi più ami. Molto molto male.

E ti senti solo. Più di quando ti misuri con lo stile macho della generazione dei padri nelle birrerie del New Jersey. Più di quando scrivi la tua prima canzone e neppure ci credi. Più di quando le luci di spengono e sei in preda alla depressione, perché la tristezza non se ne va con la gloria e l’arte è quella continua ricerca di senso, dentro di te e là nel mondo, destinata allo sfinimento.

C’è anche questo, probabilmente, nella generosa disponibilità con cui Bruce stringe le mani a tutti, fuori dal Walter Kerr. L’ho visto autografare magliette stantie a un gruppo di latino-americani: non solo non avevano visto lo spettacolo, ma a malapena conoscevano tre sue canzoni. Gente che tira a campare anche vendendo il suo autografo. L’ho capito io e, di sicuro, l’ha capito lui che glielo ha fatto.

C’è una punta di diamante, nell’esperienza di vedere Springsteen alle prese con parole e silenzio, rivisitazioni alla Woody Guthrie e accordi al pianoforte, come se tu entrassi improvvisamente nel suo salotto mentre lui è di spalle e non ti può vedere. C’è la storia di un grande Paese, e un po’ anche la storia del (nostro piccolo) mondo, che attraversa le vene di un quasi 70enne, tra esperienze e avventure, buchi neri e vampate di energia, i romanzi di Sam Shepard e il rock anni ‘50.

Esci dal teatro e sai chi davvero sei. Ripensi alla tua infanzia, a chi se n’è andato, all’altro figlio che avresti amato ma non sei riuscita ad avere. Ripensi al tuo essere madre, alla malattia, alle difficoltà, alle solitudini. Ti senti 50 anni sulle spalle, tutti in un colpo, e piangi perché un paio di antichi rimpianti li avevi messi via, al sicuro sotto ragnatele che qualcuno ha appena tolto. Ti arrabbi per aver perso tempo con persone e cose futili, sai che ti peserà sempre più la condanna di essere nata in un posto dove non avresti voluto nascere. Ti chiedi se quel che stai facendo, e che ancora potrai fare, basterà per tuo figlio e per una madre con i mesi contati. Se avrà un senso. Ti guardi le mani e non ci dormi la notte. Eppure ciò che ti avvolge è anche  un gran senso dei valori che ti appartengono da sempre, anche se nella vita non ti sei fatta una famiglia tradizionale e ancora non sai perché sia andata così nonostante gli anni di analisi. E allora, ridefinisci lo sforzo, giorno dopo giorno, passo dopo passo, per arrivare a svoltare da quel punto doloroso e approdare a qualcosa non estraneo a ciò che sei, ma a te stessa. Si chiama Growin’ Up.

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3 pensieri su “La svolta, la strada e Bruce

  1. Complimenti per aver descritto in un modo così intimo e profondo un concerto del boss che mi ha fatto compagnia in un periodo particolare della mia vita con la sua musica,in particolare con “the river”.Non ho mai visto dal vivo Bruce,(purtroppo)ma leggendo l’articolo ho percepito delle emozioni riflesse che mi hanno compensato questo vuoto,facendomi sentire lì e rivivere le sue melodie.Grazie.

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  2. Madonna.

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  3. Bella pagina. Siamo tutti da qualche parte per sbaglio (Buzzati, “Il Deserto dei Tartari”). But we’re pulling out of here to win (Bruce, “Thunder Road”)

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