Quell’antica domanda

 

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Pensavo a Magritte, non tanto per i 50 anni dalla sua morte (il 15 agosto 1967) quanto i recenti attentati a Barcellona e la notizia dei due accoltellati in Finlandia, arrivata poco fa. E pensavo a Magritte, non tanto per la sua bravura (alcuni non lo amano, a me piace moltissimo) quanto all’insegnamento – forse impossibile da raggiungere – degli artisti che sanno trasformare il dolore e la morte in qualcosa di elevato.

Esistono anche persone, non solo artisti, che dopo un lutto o un’ingiustizia immane diventano più generose e attente al prossimo. Più spesso, e lo sappiamo benissimo anche noi, nella banalità quotidiana l’abuso o la derisione o il dolore si trasformano in rabbia. In mancanza di fiducia. In depressione fine a se stessa, dunque non in uno stato di tristezza creativo. Ci sono poi milioni di vie di fuga negative (a mio modesto parere, ci mancherebbe): la droga, l’alcol, il sesso compulsivo, la fame di potere e di denaro, la manipolazione del partner, l’egoismo, il tradimento, l’insensibilità, la disattenzione… potrei citare tutte le magagne dell’imperfetta condizione umana, dal minimo difetto alla nevrosi e fino alle patologie. Ma non lo farò.

Perché l’aspetto poetico esaltante, che mi risuona come speranza lontanissima anche nei momenti peggiori, è quello che proviene da certe opere d’arte. Anche dai dipinti di Magritte, che riuscì ad armonizzare sulle sue tele il suo incontro con la morte. Come solo certi grandi artisti, non tutti, hanno saputo fare. Il mio adorato Mark Rothko, per esempio, ha dipinto la sua graduale autodistruzione attraverso le sue celebri macchie di colore. Fino al nero. Fino al suo suicidio, il 25 febbraio 1970, dopo un’esistenza contraddistinta da successi e da profondissima depressione. Intossicato e stordito, si recise l’arteria di un braccio nel suo studio newyorkese. Mi è capitato, lo ammetto, di immaginarlo sanguinante tra tutti gli altri suoi colori, ormai cupi. Una visione che nella mia illusione, scoprendolo ragazzina con mio padre in alcune gallerie d’arte, e rimanendo profondamente colpita dalla sua storia, assomigliava piuttosto a una scomparsa  indolore, a una trasformazione artistica del corpo esanime in un’opera definitiva.

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Ma Magritte… oh, Magritte è un altro discorso. Un’altra poesia. Le sue biografie ci raccontano che ad appena 14 anni subì lo choc del suicidio della madre, gettatasi nel fiume Sambre, e poi rinvenuta con la testa avvolta nella sua camicia da notte. Magritte, ragazzino, fu travolto da quella tragica visione, che riprese moltissime volte nella sua produzione artistica. Sembra lieve e sognante, ma in realtà racconta benissimo – tra le altre cose – il suo rapporto con la morte. E con il dolore.

ReneMagritteL'Hommeauchapeaumelon

Non ho mai capito in cosa consista la differenza tra chi trasforma questo rapporto in arte, o anche solo in gentilezza e meditazione, e chi non ce la fa. Spesso si tratta di grandi menti, persone intelligentissime e dal talento superiore, in entrambi i casi.

Però quell’antica domanda mi bussa sempre dentro. Come quando, a 13 anni, papà mi portò davanti a Rothko spiegandomi, con la colta galanteria d’altri tempi che gli apparteneva, la sua favola nera. Come ad introdurmi in quella che sarebbe stata una parte della verità dell’esistenza che, un bel giorno, lui e mamma mi diedero. Una meraviglia, un fardello. Sicuramente, l’incognito. Papà evitava le situazioni tragiche, però diceva sempre che ai bambini bisogna dire sempre la verità. Anche quando è brutta. Solo molto più tardi, ho capito che non potrebbe esistere alcuna forma d’arte (degna di chiamarsi tale), senza la verità di chi la produce. L’arte mette a nudo anche noi, se la guardiamo e la ascoltiamo profondamente.

Allora, forse, a quell’antica domanda non esiste altra risposta.

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