A volte, dire basta è una scelta di carattere. Grazie di tutto, Daniel

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Ne ho accennato in “Magic Bus – Diario di una rock-girl”, ma forse pochi sanno che in uno dei miei primi periodi londinesi ho conosciuto Daniel Day-Lewis.

Sono appena rientrata da Milano, pronta per il turno di notte in redazione, e sto leggendo l’annuncio del suo addio alle scene. Premesso che spero davvero non sia dovuto a problemi di salute, la mia prima reazione è un sorriso.

Perché c’era un po’ da aspettarselo, dal più grande attore cinematografico vivente (secondo me – e non solo secondo me). Perché lo ricordo, ancora con quel pizzico di tenerezza di chi ha da poco voltato la pagina della sua adolescenza, alle prese con “Amleto” e, su quel palcoscenico di Londra, anche con una certa critica acidissima. Un Amleto così giovane, piombato dal nulla? Chi è mai costui, figlio di un celebre poeta, che gironzola vestito da freak con tanto di spilletta del suo idolo Keith Richards?

Daniel affrontò il ruolo Amleto subito dopo la morte del suo vero padre. La parola giusta è CATARSI. Era in preda a timidezza, furore, talento. Sapeva di ormoni e poesia. Generoso e di pochissime parole, ti prendeva silenziosamente per mano, dal teatro al mercatino sotto le colonne bianche di Covent Garden, per offrirti un gelato. Da quel gesto, intuivi che voleva compagnia. Lui, che a causa della sua miopia quasi non salutava il regista. Lui, che prendeva la Northern Line per raggiungere il suo bilocale periferico. Sempre lui, con le cuffiette nelle orecchie per ascoltare i Clash su un lettore portatile di musicassette.

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Lo so, lo so. C’è un alone di magia in questo mio caro ricordo. Inevitabilmente, mi dichiaro colpevole. Sarebbero troppe le cose che (non) dovrei scrivere.

Non ho più incontrato Daniel, neppure quando lui trascorse alcuni anni a Firenze in ritiro (scelta che già fece in passato, per un po’), andando ad imparare come si fanno i sandali di cuoio da alcuni maestri di botteghe artigiane. Neppure quando lui girò i suoi film a Roma. Non l’ho mai intervistato, né ho mai chiesto di farlo. Forse, una parte di me voleva che lui restasse un po’ “sua”, legata alle memorie di una manciata di giorni da  sogno.

Però, insieme a tantissimi in tutto il mondo, ho seguito Daniel sul grande schermo. Con lui, ho pianto e ho riso. La sua immensa bravura mi ha persino spinto a odiarlo, in certi suoi ruoli. Mi ha fatto spesso ritrarre le gambe sulla poltroncina, con le ginocchia verso il mento mentre i respiri aumentavano.

Per quel poco che ho conosciuto Daniel Day-Lewis, questo annuncio ufficiale sembra tremendamente definitivo. Eppure, l’unica immagine che mi sovviene è una nuvola di gratitudine spinta da fortissimi venti.

Come lui, forse, nessuno.

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