Quella panchina del Golders Green

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Ciao, Keith. Oggi avevo voglia di salutarti. È strano, per me, ogni tanto tornare qui, percepire la pace profonda della tua casa finale. E in ogni caso, la vicinanza con Marc Bolan e Peter Sellers apre a possibili scenari molto fantasiosi…

Sai, Keith, mentre sono seduta sulla tua panchina, ascoltando le rondini in sottofondo, vorrei dirti che della mia vita, alcune cose io non le ho proprio capite. Ma forse capitava anche a te, che eri così bravo a fuggire verso l’autodistruzione. E a John, la cui calma apparente era in realtà una voragine di eccessi.

Se puoi vedermi e ascoltarmi, allora sai che l’altra notte i tuoi vecchi amici hanno suonato “Tommy”. Ci tenevo a dirti che l’unico Uncle Ernie sopportabile, per me, è rimasto il tuo e (non ridere!) con Cugino Kevin, io chiudo ancora gli occhi e metto le mani sulle orecchie, come quando ero piccola.

E allora, voglio anche dirti che il tuo vecchio amico – quello più “serio”, il tuo oggetto di scherzi preferito (a parte il cane di Steve McQueen, ovviamente) – in camerino non era contento di come ha suonato. Ma noi, noi due sappiamo che non lo è mai. E ti dico sinceramente che i primi 5 pezzi di “Tommy” mi hanno fatto piangere come una scema. Il mascara grondante, il cuore in subbuglio. Stavolta, non c’entrava solo il commosso discorso d Roger sui bambini malati di cancro. C’entra sempre quella stramaledetta “cosa” di Pete e cioé che, per quanto possano violentare il tuo spirito e la tua carne, se hai un’anima bella questa volerà sempre lontano. La storia di Tommy, che è poi quella del tuo vecchio amico (quello alto con il nasone più bello del mondo), è la storia di chi ha preso il suo grandissimo dolore e lo ha trasformato in quell’altra cosa chiamata musica.

Caro Keith, tra qualche ora io sono ancora lì. Gira voce che qualcuno veda la tua ombra dietro le quinte, durante certi concerti, mentre gli Who suonano. Voglio pensare che sia solo una leggenda, ma se anche fosse, credo proprio che tu e John siate già presenti in ogni nota. Pure And Easy.

Quanto, quanto, quanto dolore mi ha curato la musica.

Ciao, Keith. Saluta John e, magari, anche papà. Con voi, non è mai detta l’ultima parola. Potreste benissimo dividervi una bottiglia di whiskey durante una partita a bridge. O forse, è a  me che piace immaginarvi così. Lontani dal dolore, come una musica sopra il canto di queste piccole rondini.

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