La mia pagina dedicata agli show italiani degli Who pubblicata oggi dal quotidiano “Libertà” di Piacenza

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Un pensiero su “La mia pagina dedicata agli show italiani degli Who pubblicata oggi dal quotidiano “Libertà” di Piacenza

  1. Mezzo secolo di Who, mezzo secolo di vita mia.
    Nascevo 49 anni fa, l’anno in cui suonarono nella mia città, al Teatro Alfieri. Li ho sempre amati e prediletti, anche quando non capivo le ricerche paraprogressive di alcuni album; anche quando nel tentativo di cambiare la musica sembravano smarrire la loro via maestra; li preferivo spaccatori di strumenti, selvaggi corsari del palcoscenico, ma anche dove non penetravo il loro sound, ne rispettavo con timore la per me astrusa grandezza e eccentrica prolissità.
    Vedendoli la prima volta a Milano il 19 settembre scorso ho capito.
    Mi chiedevo da un pezzo come sarebbe stato il loro suono, ora che Keith e John se ne sono andati… li avrei riconsciuti, non come semplice suono, ma soprattutto come emozione e vibrazione profonda? Ero fiducioso, ma chissà, a quell’età…
    Can’t Explain ha risposto a tutto.
    Non posso spiegare, ma nel giro di 4 secondi ero nel corridoio in piedi a danzare al loro ritmo; 30 anni mi scivolarono di dosso come un nulla, ero quell’adolescente quadrophenico, che vedeva, sentiva, toccava, ascoltava la libertà quando misi sul piatto del giradischi My Generation.
    Un cortese, ma inesorabile buttafuori mi faceva accomodare al mio bravo posticino mentre Roger cantava: Who are you?
    Mi sono sempre dichiarato loro fan, li ho sempre celebrati, predicati, difesi; non sopportavo che se ne parlasse male, come qualcuno in p. Statuto in quegli anni 80… ma vedendoli per la prima volta ho capito a che punto sono stati e sono importanti nella mia esistenza.
    Non sono stati loro il mio primo amore musicale, lo furono i Beatles, soprattutto quelli dal 62 al 66. Avevo 16 anni e le prime incancellabili emozioni musicali me le hanno date loro. Tra i 16 e i 17 anni avevo contratto la classica beatlemania delle ragazzine.
    Poi intorno ai 18 anni vennero The Who. E con loro e dopo di loro Hendrix, Clapton tanto, tantissimo Blues e Rock. E ora averli visti fisicamente, dimezzati solo anagraficamente, mi ha fatto capire che mentre i Beatles sono stati il primo amore, The Who sono l’amore di tutta la mia vita. Quell’amore che piove e regna si di me, quell’unico amore che fa baciare l’acqua e la sabbia della spiaggia.
    In realtà sapevo che era così, ma è stato vedere che non sono morti, non sono diventati vecchi a illuminare una parte profonda del reale me stesso. Hanno realmente accompagnato la mia esistenza, mi hanno sempre aiutato e ispirato mentre cercavo di plasmare l’esistenza in cui abito; con gli occhi lucidi, spesso con le guance rigate da calde lacrime, per due ore sono stato attraversato da quella musica sempre vista e ascoltata incisa e regiostrata altrove e che ora si svolgeva, si produceva, si creva davanti a me e con me.
    Ho capito anche perché li apprezzavo anche in quei brani che all’apparenza mi annoiano, ma non so spiegarlo, almeno per ora.
    Lo sapevo che The Who sono un’espolsione liberatoria, una dinamite che rompe le dighe, un uragano che scompagina e scardina, una furia benefica che spezza le catene e fa dilagare la vita e irrompere la luce. Ma ho scoperto che a 70 anni hanno lo stesso effetto. Anche col passo appesantito e meno salti e acrobazie è Rock gagliardo, luminoso, fragoroso, terapeutico, addirittura taumaturgico, niente di malato o di oscuro…
    Volevo Magic Bus e Long Live Rock… Spero che le suonino la prossima volta.
    Che Dio li benedica

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