Il mio nome è Penny Dreadful

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Penny cammina esile come un giunco, elegantissima e un po’ barcollante sulla neve. Tutto è raffinato: la sua bellezza (è interpretata da Eva Green, perfetta per il ruolo), i vestiti d’epoca (ci troviamo nella Londra di fine ‘800), le architetture vittoriane. Attorno a lei, c’è la prudente tristezza di un inconsueto Timothy Dalton, il Sir che per una serie di vicissitudini ne diviene una sorta di padre. C’è poi la bellezza sportiva e dai tratti americani del – suo malgrado – Lupo Mannaro Josh Hartnett, che la amerà e la salverà dall’Inferno finale.
Non si può svelare troppo, la prima serie è trasmessa in tv e la terza (conclusiva) è da poco su Netflix. Ma può essere utile indicare i telespettatori più adatti, di certo non i bambini poiché l’horror (qui di alta classe) è piuttosto forte, in certi momenti. Tuttavia non solo gli amanti del genere potranno apprezzarla poiché Penny Dreadful è una rete di complessità leggendarie, che percorrono persino il mito letterario di Oscar Wilde con un Dorian Gray che solo apparentemente seduce con i suoi tratti luminosi (Reeve Carney è oggettivamente uno degli uomini più belli sul pianeta), ma in realtà nasconde una sanguinosa tragedia: quella di un’imposta eternità. Condividerà quest’ultima con due creature di un giovane Doctor Frankenstein eroinomane (il sensibile Harry Treadaway), prima fra tutte l’ex prostituta in cerca di vendetta Billie Piper.
Tra altri personaggi (giungerà un irresistibile Conte Dracula e farà capolino Dottor Jekyll), spicca per profondità la seconda creatura privata di mortalità. Rory Kinnear, tra i massimi interpreti di teatro inglese, si trasformerà nella vicenda sciogliendone i nodi fondamentali. Egli si rivelerà nel suo “incantesimo eterno” colui che possiede più Anima dei viventi.
E’ stato forse un processo naturale che Penny Dreadful, serie genialmente concepita da John Logan in omaggio ai miti della Letteratura horror, contenesse molti archetipi della psicologia, nell’inconscio di Penny ma che incarnano, nel contesto generale, anche un inconscio collettivo.
Perché ogni percorso di lotta della protagonista è legato a doppio filo con il suo essere Donna. Coloro ai quali cede, per poi dolorosamente sottrarsi appena in tempo, sono quasi tutti dei narcisisti perversi – qui intellettualmente colti e ricercati – che vedono in lei l’unico specchio profondo nel quale riflettersi per darsi un’identità. Ma dato che il narcisismo porta sempre con sé una maledizione – la desolante solitudine interiore – e che Penny, pur attratta dalle ombre che le sono da sempre familiari, è un essere in realtà profondamente spirituale, e alla costante ricerca di purezza, i suoi “uomini” disumanizzati cercano continuamente di dominarla, ferendola con amore malato. Ed ecco il grande colpo di teatro che pervade l’ultima scena di ognuno dei Tre Atti: non riusciranno mai a dominarla.
John Logan nel 2016 ci saluta con un’eroina femminista. Vive nell’800, ma racconta di noi. E c’è un altro colpo di coda: il rispetto per la morte quando diviene l’evento che ricongiunge un padre a un figlio, un amore perduto all’amata ritrovata, una donna sopraffatta dal demoniaco alla propria resurrezione chiamata LIBERTA’.

 

ps: Il nome Penny è volutamente riferito alla protagonista – vedi titolo. Lei ha in sé tutto e tutti, e non solo l’identità di Vanessa Ives

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