Una Stella Nera nei nostri territori di carne a di pensiero

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Sarebbe fin troppo facile tentare un’analisi della nuova canzone di David Bowie, I’m A Blackstar, dopo ore ed ore di confronti e dibattiti nel bellissimo gruppo Facebook gestito da Walter Bianco, David Bowie Fans Italia. Inoltre, perché scrivere di una sola canzone invece di aspettare l’intero nuovo album – già ben accolto, in anteprima, dai critici musicali inglesi e americani?

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Il motivo è uno solo e lo condivido, in queste ore, con tutti gli appassionati di Bowie – che definire fan sarebbe fuorviante poiché, nella corte di White Duke, nel corso degli anni ho conosciuto alcune tra le persone più intelligenti, curiose, bizzarre, eleganti e oltraggiose che io ricordi. Persone (chi più, chi meno) che tengo in gran considerazione, curando i miei  rapporti – alcuni dei quali virtuali – con loro poiché fonte di notevole arricchimento per me stessa e per la mia professione.

E dunque, ecco il motivo: David Bowie, ancora una volta, ci ha dato un bello scossone. E’ accaduto una sera qualunque di un freddo fine novembre mentre eravamo, seppur curiosi, in altre faccende affaccendati e con aspettative piuttosto quiete. Un po’ perché ci era bastato The Next Day. Un po’ perché nelle orecchie c’era ancora il frastuono del terrore parigino (e non solo parigino). Un po’ perché Bowie noi lo ameremmo comunque, sempre. E un po’ perché di tutto si era già ascoltato, letto, analizzato, criticato, conservato, riscoperto. Una collezione di amore ed odio, passione e furore, abbandoni e rinascite. Un solco nei nostri territori di carne e di pensiero, David lo aveva già lasciato.

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L’altra notte, messo a letto mio figlio, lontana dal mondo ho aspettato il video di I’m A Blackstar. Come si aspetta un treno. Come si aspetta una telefonata del destino. Sola e in silenzio. Più del video, in realtà io attendevo di ascoltare la canzone ma, come ben sa ogni amante di Bowie, i suoi video raccontano la musica stessa – e non solo le liriche, in questo caso particolarmente poetiche e zeppe di sottotesti.

Ipnotizzata, ho ascoltato una delle canzoni più interessanti dell’ultimo Bowie (e meno male che non si è fermato a Reality…), in cui ritmiche ipnotiche si annodano a strati vocali multipli e ondeggianti. C’è un sax che, personalmente, da trent’anni non mi provocava brividi simili. Il brano si divide praticamente in due e il video mostra il cambio d’atmosfera. C’è chi si spreca a parlare di Jazz, ma sarebbe riduttivo. I’m A Blackstar contiene di tutto e io lo definisco una mini-opera

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Chi è Lazarus, lo sappiamo tutti. Chi è Major Tom, le cui spoglie vengono sfiorate con cura da una giovane ed insolitamente serena Frida Kahlo, lo sappiamo bene. Scorre dentro ai nostri secoli venosi il racconto evangelico del Golgota, il vento sulla collina e la danza delle streghe. Familiare agli occhi è quel rituale satanista già caro a Stanley Kubrick, ben prima (e con risultati migliori, cinematograficamente) che a Johan Renck, regista del video e di altre serie televisive (tra cui The Last Panthers, il cui brano fa da sigla). Probabilmente ci siamo chiesti se quei tremori non siano danteschi: inquietano, eppure Rudolf Laban li avrebbe molto amati. C’è un unico cero acceso, nel tetro palazzo in cui ogni Principe Nero regna sui suoi fantasmi. Guglie prive di elementi architettonici si ergono come braccia in cerca di appigli verso un grigiore polveroso, dominano l’orizzonte di un paesaggio spoglio, come il magro scheletro di Major Tom che dallo spazio sprofonda nella sua eclissi finale.

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Quel che commuove, e fa riflettere, è lo strazio visibilmente contorto e sofferente di David/Lazarus: simboleggia l’uomo cieco, per poco ancora in attesa di un miracolo, che si trasformerà in un uomo vedente ma accecato da sete di potere, che distrugge l’amore e pertanto si autodistrugge.  L’unione delle streghe, in un sabbioso girotondo, suggella il patto con la morte tramite un teschio ingioiellato, dipinto dalla stessa Kahlo. La sagoma diabolica, a dire il vero, assume sembianze ridicole – ed anche questo aspetto è sicuramente voluto e vuole dirci qualcosa sul Male – e  raggiunge i tre sulla Croce, dolorosamente legati e attratti dalle tentazioni come Ulisse dal canto delle streghe/sirene. Gli uomini sono di paglia, inconsistenti. C’è un Bowie rinato e potente, che osserva con occhi tornati limpidi la scena da un brandello di cielo illuminato. In un angolo, le anime del Purgatorio ora si nascondono senza tremare ma non ci sono angoli accoglienti e sembrano non capire ciò che sta accadendo.

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A parte i chiari riferimenti a Major Tom e ai simboli cosmico-esoterici, di cui il passato di Bowie è zeppo (e qui c’è un riferimento a una scena del film Moon, diretto dal figlio Duncan), la mia mente è corsa subito a Station To Station, titolo che si riferisce alle stazioni della Via Crucis: il cammino di Cristo verso la Crocifissione. Il Cristo ora è già crocifisso ma non è umano: è un uomo impagliato, non incarnato. Il male ha vinto sul bene, non esiste un Dio buono perché forse l’uomo stesso ne era l’incarnazione e oggi l’uomo è un egoista senza valori e senza idee, scontento e pertanto cattivo. I’m A Blackstar: si trova al di sopra di tutto e di tutti, il destino scritto in una Bibbia nera.

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Non è un’immagine di speranza, tutt’altro. David Bowie ha spesso provocato il suo pubblico, del resto lo hanno fatto altri grandi intellettuali. Chi pensasse che l’operazione è voluta, mancherebbe di realismo: a 70 anni, con una carriera talmente forte – di successi e di significati – da superare (qui lo dico e qui me ne assumo la piena responsabilità) quella di CHIUNQUE ALTRO, a Bowie non occorre provocare gratuitamente, non più. Come solo i veri artisti sanno fare, anticipando ciò che sta per accadere, David ci racconta ciò che vede nel mondo, dopo aver già alzato la domanda più urgente e attuale sulla nostra esistenza umana: Where Are We Now?

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