How Music Works

Prendo in prestito il titolo di un libro del grandissimo David Byrne, la cui lettura mi ha appassionato tantissimo e che tra l’altro consiglio a tutti, per scrivere alcune riflessioni sopraggiunte d’improvviso ieri notte, durante un lavoro di maccartneyana rifinitura discografica.

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Torno, dopo un po’ di silenzio, a questo blog sul quale – tra l’altro – pensavo di scrivere ben altro ma poi finisce sempre come cantava John: Life is what happens to you while you’re busy making other plans. Una massima che, per quanto mi riguarda, vale anche per ciò che intendo scrivere.

Il punto chiave? Gli approdi classici dei Big del rock, o del pop o di quel cavolo di genere che preferite voi – e penso, ad esempio, a quante e quali perle l’immenso (e da me adorato) Charles Mingus attinse da Debussy, Ravel e Shoenberg per tantissimi suoi lavori che fecero storcere il naso a parecchi jazzomani.

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Ad ogni modo, l’opportunità di analizzare lavori come “Liverpool Oratorio” di Paul McCartney, “Classic Quadrophenia” di Pete Townshend (quest’ultima tenuta in considerazione dal popolo mod ma bistrattata dalle classifiche di musica classica) o dell’opera che Elvis Costello ha dedicato a Hans Christian Andersen – passando per gli album con il Brodsky Quartet e con Sofie von Otter – pone subito in una posizione scomoda, doppiamente. Da un lato, ci sono i fan dell’artista, che solitamente tendono ad acquistare l’ennesimo album e poi a riporlo, dopo pochi ascolti (uno?) e dall’altro c’è l’élite, qualunque cosa significhi “élite”, del mondo musicale classico. Lo stesso mondo – non scordiamocelo – che in certe occasioni fischiò le prime operistiche di Wolfgang Amadeus Mozart, Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini… e avanti così.

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Nei Lineamenti di storia della musica classica occidentale, non solo quella operistica e non solo quella contemporanea, sull’incomprensione delle tracce innovative dell’uno o dell’altro compositore, pur sostenuto da studi accademici, si potrebbero scrivere interi volumi.

Senza ostentare paragoni dissonanti, ed inutili, mi sovviene un chiaro ricordo. Il mestiere che svolgo mi ha portato spesso a comunicare con tanti fan (anche nella musica classica ve ne sono innumerevoli, per non parlare del fervore degli appassionati d’opera lirica), ultimamente anche i social network permettono scambi di considerazioni sul cantautore che si “presta” a trasmissioni televisive di dubbia riuscita (forse per avvicinare la propria opera ad un pubblico giovane, che ancora non la conosce e che difficilmente acquista dischi, oggi?), spesso autoglorificandosi di una certa “presa di distanza” da alcune operazioni – penso al maltrattatissimo, sebben poco digeribile, Lulu di Lou Reed (& Metallica).

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Fermo restando – e questo non dovrei scriverlo, tanto è scontato – che ogni opinione è legittima e, quando espressa con argomentazioni, interessante anche per chi assaggia volentieri un diverso aroma, viene spesso da chiedermi perché, tra le miriadi di materiale scritte sul Macca, i suoi lavori classici siano spesso messi un po’ in disparte. Come a dire: “Poteva permetterselo e ha fatto anche questo”. Sì, certo. Ma come? Partendo da dove e per giungere a quale approdo (personale? artistico? sperimentale?)

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Nella vita capita di ostinarsi nel desiderare molto qualcosa, perché la si ritiene di grande valore. Poi, arriva la fortuna e ci mette il suo zampino – quando non è impegnata a graffiare altrove. Tra le mie occasioni più felici, ed utili, c’è stata quella di accompagnare, in alcune occasioni, Elvis Costello durante la “nascita” (che significa anche stesura, messa in dubbio, disfacimento, ripresa…) del suo balletto Il sogno di una notte di mezza estate, perfezionato – passo dopo passo – dal continuo confronto con il geniale Mauro Bigonzetti (che è una star di “casa nostra” e il mondo, giustamente, ce lo invidia), coreografo e direttore di Aterballetto, una delle più prestigiose compagnie del panorama coreografico italiano ed estero.

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L’aspetto curioso, e particolarmente “comodo”, stava nel fatto che gran parte della preparazione avveniva nei teatri vicino a casa, dove successivamente il balletto è stato rappresentato (Bologna, Cremona e perfino Piacenza). Lo spettacolo, sostenuto dalle musiche classiche ma innovative d’impronta costelliana, in cui nulla fu lasciato all’improvvisazione e al caso, evocava nel suo insieme tutti gli elementi del teatro: la fiaba e i personaggi che la animano, ma soprattutto il motore che dà loro la vita ossia il fuoco che agita le passioni degli uomini.

Dopo questa “parentesi” (chiamiamola pure così) mi è capitato, guarda caso, di cogliere punte di ispirazione anche nelle nuove canzoni di Costello, nel suo modo di diventare sempre più “showman” e persino nella maniera in cui ha iniziato a muoversi in palcoscenico.

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Non ho idea del peso che questa esperienza abbia avuto nel mondo del balletto classico e neppure in quello della ricchissima e splendidamente diversificata discografia costelliana. Però ne ho tratto una lezione: a me interessa CAPIRE.

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