Eddie Vedder è un po’ tutti noi

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La notizia dell’ennesimo (serio) malessere di Roger Daltrey ha certamente tolto il sorriso ai tantissimi fan, soprattutto americani e canadesi, che già si immaginavano nel pieno di una vacanza rock in uno splendido settembre californiano. Purtroppo, com’è stato reso noto dai canali ufficiali sin da ieri, i primi concerti di questa nuova tranche del tour degli Who sono stati cancellati (slitteranno più in là nel tempo).

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Per quanto mi riguarda, il mio viaggio attraverso la California on the road, che ho affrontato con mio figlio su una Toyota Corolla nera e brillante, e i tanti incontri straordinari (anche con noi stessi) che abbiamo fatto, già rappresentano una fonte di avventura e felicità senza pari. Misurarsi da sole in queste strade immense, perdendosi tra i raggi del sole e le luci della notte, significa rileggere una parte di sé. E cantare, riascoltare la musica che da sempre si ama e scoprire tanta musica nuova. E parlare, con perfetti sconosciuti sorridenti o tristi, amorevoli o visibilmente disturbati. Significa correre sulla sabbia di spiagge celesti e ventose. Disegnare orme su terricci rossastri. Mettersi a gridare nel vuoto e immaginare il lontano approdo dell’eco, come un’ala nel cielo che attraversa dimensioni misteriose.

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E poi, una bella soddisfazione – personale e professionale: una bella chiacchierata con Eddie Vedder (che leggerete prossimamente sul magazine Classic Rock). A proposito di Eddie, in attesa del benefit che purtroppo non vedrà l’intera partecipazione degli Who a Los Angeles, voglio riproporre il suo omaggio alla band. Rileggo spesso le sue parole e mi ci ritrovo TOTALMENTE. Penso non debbano mancare su questo blog. Buona lettura (di cuore) a voi tutti.

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Gli Who hanno cominciato come uno spettacolo e sono diventati spettacolari. Agli inizi, la band si pose con una chiara attitudine alla distruzione; successivamente, per album come Tommy e Quadrophenia, convogliarono quell’energia selvaggia in accuratezza e desiderio di allestire esperimenti musicali su larga scala. Si ponevano la domanda “Dove sono i limiti del rock & roll? Il potere della musica può modificare il modo di percepire le cose delle persone?” Pete Townshend ritenne che nella musica potesse risiedere un’importanza anche spirituale. Gli Who erano una band incredibile, in cui l’autore principale delle canzoni era in cerca di motivazioni e armonia all’interno della sua vita e che ha condiviso il suo viaggio con gli ascoltatori, divenendo fonte d’ispirazione e incoraggiando altri ad intraprendere la loro personale ricerca. Tutto ciò mentre finiva sul Guinness dei primati con la band più rumorosa di tutti i tempi.

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Con un po’ di presunzione, parlo a nome di tutti i fan degli Who dicendo che essere un loro fan ha arricchito enormemente la mia vita. Quello che mi fa arrabbiare degli Who è il fatto che abbiano già sfondato tutte le porte del rock & roll, lasciando a noi altri da rivendicare solo macerie e rottami. All’inizio erano degli arroganti e, come dice Pete, erano “Una band molto ordinaria”. Quando divennero più consapevoli, quel tipo di atteggiamento prese a fare breccia e da lì sorsero le radici del punk. Volevano suonare più forte ed ottennero che Jim Marshall inventasse l’amplificatore 100-watt. Avevano bisogno di più volume e cominciarono ad accatastarli. Si disse che il primo feedback per chitarra mai realizzato su disco fosse quello di Anyway,Anyhow,Anywhere, del 1965. Gli Who raccontavano delle storie all’interno dei confini una canzone ma, nello spazio di un intero album, riuscivano a superare ogni tipo barriera. Quanto si sarebbe potuto raccontare di una storia? E come si sarebbe potuto veicolarla ad un vasto pubblico (prima dei video ecc ecc)? Distruggendo gli strumenti? Keith Moon disse che avrebbe voluto catturare il pubblico prendendolo per le palle. Pete ribatté che, come nel movimento autodistruttivo tedesco in cui si facevano sculture che sarebbero crollate ed edifici che sarebbero esplosi, quella era una forma d’arte.

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Avevo circa nove anni quando una baby sitter mise sul piatto Who’s Next. I miei genitori non c’erano. Le finestre tremarono, le mensole scricchiolarono. Rock & Roll! Da lì cominciai un’esplorazione all’interno di quella musica che aveva anima, trasmetteva spirito di ribellione, aggressività, dolcezza. Distruzione. E quella musica era la musica degli Who. Il periodo di metà degli anni Sessanta con il Maximum R&B, mini opere, Woodstock, album solisti. Immaginate cosa significasse per un ragazzino saltare sul quel treno in corsa che è il Live at Leeds. “Ciao, mi chiamo Eddie. Ho dieci anni e sto andando fuori di testa!” Gli Who su disco erano puro dinamismo. Roger Daltrey trasmetteva vulnerabilità senza debolezza, dubbio e confusione ma senza spazio per ammiccamenti. (Dovreste ascoltare la voce di Roger in una canzone dal titolo Lubie [Come Back Home] è una bonus track dalla riedizione di My Generation. Ha davvero una marcia in più.)

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Molto probabilmente gli Who restano la miglior live band di sempre. Perfino l’appassionato di classificazioni, leggenda del punk e storico della musica Johnny Ramone è d’accordo con me su questo. Keith Moon e il suo modo di suonare sono inspiegabili. John Entwistle era un enigma, un altro musicista virtuoso e bizzarro. Roger trasformò il suo microfono in un arma, si direbbe da autodifesa. E, intanto, Pete saltava stringendo una Gibson Les Paul degli anni Settanta che, vi assicuro, è uno strumento veramente pesante. Dal vivo creavano delle atmosfere uniche e sembravano come liberati dal rito officiato dalla loro musica. (Guardatevi A quick one dal Rock and Roll circus dei Rolling Stones).

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Di recente, a Chicago, ho visto Pete tirare fuori note dalla sua chitarra come un meccanico che strizza un panno per tirarne fuori tutto l’olio. Ho osservato la chitarra animarsi e diventare un essere vivente, un essere il cui corpo fosse torturato e il collo strozzato. Quando Pete l’ha messa via, potrei giurare di aver avvertito un sospiro di sollievo provenire da quella chitarra. Una Statocaster che grondava sudore. Il sudore di una chitarra.

John e Keith hanno fatto degli Who quello che erano. Ora sono diversi, ma sono sempre gli Who. Roger è una roccia. E a questo punto si può dire che Pete sia passato attraverso cose e abbia superato situazioni più di chiunque altro nelle alte sfere del rock. Forse anche più di Keith Richards che era colpevole della maggior parte delle cose di cui era stato accusato. Il batterista Zak Starkey, qualche tempo fa, mi ha suonato una nuova canzone, Real Good Looking Boy. Era incredibile.

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La relazione fra il compositore-autore e il pubblico è cresciuta con gli anni. Pete ha sempre pensato che “Delle celebrità del rock che si rapportano ad un pubblico dovrebbero sentirsi dire ‘Voi (band) siete lì mentre noi (pubblico) impariamo a conoscere noi stessi anche grazie a voi’, e non ‘Voi state lì e noi vi paghiamo un sacco di soldi per intrattenerci piacevolmente mentre mangiamo ostriche.'” Lui era consapevole del fatto che la comunicazione potesse avvenire ad un livello più alto, e sapeva anche che ad un certo punto il pubblico avrebbe potuto dire ‘Quando ci saremo stufati di voi, vi rimpiazzeremo con qualcun altro.’ Ma per me e per molti altri (compresi gestori di negozi, operai, professionisti, fattorini d’alberghi, becchini, registi, musicisti) loro non saranno mai sostituiti da nessuno.

Sì, Pete, la musica può cambiare le persone.

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(Eddie Vedder, Rolling Stone, 1 aprile 2004)

Lo so, le abbiamo già lette tante volte, queste parole, ma io sono romantica. E mi piace emozionarmi, commuovermi.

Gli Who li rivedrò a fine ottobre a New York City – e spero tanto che Roger si riprenda bene. Tra poco, Pietro inizierà la scuola, si torna a casa, si riflette ancora, si ricorda, si guarda l’orizzonte che ci è ormai entrato dentro.

Chissà se, là in fondo, la musica riscalderà il cuore di qualcuno rendendolo più disponibile e accogliente. La vita è una sfida, un lungo viaggio on the road, a suo modo. Ci vuole coraggio, ci vuole destrezza. La musica aiuta a trovare il passo del proprio respiro.

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