Si chiamava Maria(e)

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Giorni fa ho condiviso su Facebook un breve ricordo di Marie Trintignant, l’attrice francese figlia del noto Jean-Louis, uccisa durante l’estate del 2003 a causa delle percosse di Bertrand Cantat, il suo compagno. Ho deciso di proporre anche qui sul blog la mia riflessione, legata a un ricordo che ancora si aggira come un fantasma nella mia testa, perché penso che ascoltare tanta bella musica, leggere e viaggiare dovrebbe (anche se non è sempre così, tanto che Cantat è un musicista) servire a sensibilizzare gli sguardi sulla vita in generale.

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Ricordo quando arrivò la notizia in redazione e il mare di pareri che ne seguì. Lessi una toccante intervista al padre Jean-Louis e, purtroppo, tante orribili “controparti”.

Senza spingermi sugli umori di trasmissioni come “Amore criminale” e affini, posso dire di essermi documentata su problematiche legate al Disturbo Narcisistico di Personalità, alle Molestie Morali e alle Vittime (in maggioranza donne ma non solo) che, prima di essere tali, accettano di rimanere in un rapporto violento, anche solo verbalmente, e comunque malato e totalmente privo di rispetto.

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Ricordo perfettamente quando iniziò ad accendersi dentro di me questa necessità, vitale quanto l’ossigeno. Quand’ero molto giovane, ho convissuto per qualche anno con quello che ritengo essere stato il mio unico fidanzato quasi-marito. Stavamo in una minuscola mansardina, dove il brutto era la classica zuccata contro le travi di legno della camera da letto e il bello le finestrelle con vista sui tetti dove, in primavera, le rondini arrivavano a figliare.

Non fraintendetemi: le molestie non erano tra me e Giulio, che è tuttora uno degli uomini più garbati che esistano.

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Il fatto è che avevamo come vicini di casa due anziani, marito e moglie, che incontravo spesso poi in strada. Ogni sacrosanto giorno, alla stessa ora e per almeno un paio d’ore, lui gridava (urlava fortissimo!) alla moglie una serie di cattiverie irripetibili e gratuite. Si capiva, non origliando ma semplicemente ascoltando ciò che inevitabilmente si spargeva attraverso l’eco su per le scale, che lei nel frattempo faceva le pulizie di casa, preparava la tavola per il pranzo, sistemava la spesa in frigorifero. In silenzio, in totale silenzio, mentre lui le gridava contro una rabbia repressa da persona “malata” che riusciva a destabilizzare persino me, da lontano.

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Quando lo incontravi al bar, avresti detto che era un pensionato come tanti, magari un po’ all’antica ma ripulito. Quando invece incontravi lei, un donnone dentro a grembiuli profumati di lavanda (li stendeva con cura sul terrazzino e quando la finestrella della cucina era aperta, col vento arrivava il profumo da noi), notavi che si muoveva come fosse un fantasma dallo sguardo vuoto e perduto. Una volta, alla cassa del supermercato, vidi che appoggiava gli acquisti e li pagava con gesti automatici, senza rivolgere mai gli occhi alle persone e neppure agli oggetti. Vuoto. Solo vuoto.

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Iniziai a pensarci, ne divenni ossessionata, dopo che in un’occasione la incontrai e notai dei lividi sul suo viso. Più tardi, camminai avanti e indietro per tutta la notte mentre Giulio, pur facendomi molte domande e partecipando sensibilmente alla questione, mi “tratteneva” dall’impeto di suonare, a quell’ora, il campanello con una padella in mano per tramortire lui e portare via lei.

“Con lui, magari avresti delle attenuanti ma quell’altra cosa si chiama sequestro di persona” (Giulio, pensavi che io non stessi attenta e invece ascoltavo tutto ciò che dicevi, tanto che me lo ricordo ancora).

Ad ogni modo, dato che di fronte alle ingiustizie io non resisto, due giorni dopo ho fermato lei e ho cercato di parlarle, chiedendole come stava. Ha accettato, stranamente, di bere un’aranciata nel grazioso baretto di piazza Borgo ma alle mie domande “generiche” (ha figli? da quanto tempo vive qui?…) rispondeva solo con un cenno di capo. Le lasciai il mio numero di telefono, ricordandole dove abitavo se avesse avuto bisogno di qualcosa, di qualsiasi cosa.

Si chiamava Maria. E non bussò mai.

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Quelle urla continuarono finché, due anni dopo, non mi trasferii. Non seppi più nulla di lei, e neppure di lui. Spesso mi capita di ripensarci.

Intendiamoci… la battutina misogina o l’uscita demoralizzante nel corso di un acceso amoroso dibattito sono capitate a tutte – per quanto mi riguarda, le trovo comunque gravi in quanto segnali di arretratezza etica (e culturale), che nel 2015 se non facessero piangere farebbero davvero molto ridere.

Forse non ho ancora messo ben a fuoco tutti gli aspetti legati al mio essere nata donna in questa società, ma questa fotografia della tomba di Marie me ne tira fuori subito una ed è chiarissima: qualunque sia il motivo, IO NON PERMETTO A NESSUNO DI MALTRATTARMI.

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