The Stars (Are Out Tonight)

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Bruce, a proposito… Roger vuole sapere il nome di quel ristorante italiano che fa il pesto senza formaggio perché deve evitare i latticini

Impossible… It’s not the real pesto, that one…

What? Wait, wait! My italian girlfriend doesn’t agree with the idea!

E la conversazione prosegue, in camerino e attraverso il vivavoce, sull’argomento.

No, non mi trovo in un film. E no, non posso inventarmi di aver discusso con Bruce al telefono chiedendogli qualche anticipazione sui suoi futuri progetti artistici – peccato, farebbe molto “fico”. No. Ho parlato di pesto, aprendo una discussione durata alcuni minuti, senza tuttora sapere se Roger sia poi andato a mangiare da questo “Gino’s” – che pare faccia un pesto genovese perfetto senza il formaggio – o abbia seguito i miei consigli, via Pete. Perché, diciamocelo chiaramente, un vero pesto senza il formaggio non può esistere. Neppure se a sostenerlo è una rockstar di proporzioni colossali. Vi assicuro che un episodio simile può recare con sé un tal numero di smorfie, gesti silenziosi e risate che neppure vi immaginate. Puro Surrealismo.
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Ci sono momenti in cui seguire una rock- band dall’altra parte del globo, diventa subito qualcosa di elettrizzante. Anche dopo tanti anni, e un minimo di esperienza che dovrebbe averci rese più “tranquille”. Dal momento della decisione di partire, presa in 24 ore e dopo aver ben piazzato un figlio di 9 anni da suo padre, realizzando che non si dormirà affatto e si rientrerà poi immediatamente in redazione, per un notturno infinitamente destabilizzante. Il volo di andata a New York trascorre sempre più velocemente di quello del rientro. Ci arrivo trafelatissima perché la coda ai passaporti è rimasta interminabile (forse hanno anche un po’ di ragione, a controllare bene). E quando il taxi mi scarrozza fino a un albergo, al momento, già vuoto, realizzo di avere 7 minuti per cambiarmi prima di prenderne un altro per arrivare a Brooklyn.

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Faccio un selfie allo specchio, come fossi una ragazzina (sono una ragazzina, in questo momento!) e di corsa arrivo mentre Joan Jett sta quasi finendo di cantare. Mi dispiace infinitamente, so che è stata straordinaria anche in altre aperture del tour nord americano degli Who. Ad ogni modo, recupero il mio pass e inizio a gironzolare. Entro subito nel backstage, Pete e Roger sono già quasi pronti e usciranno di lì a poco dai camerini. Decido di non salutarli, a parte rarissime occasioni ho sempre evitato di interrompere la concentrazione che precede gli show perché (in questi ultimi anni) c’è sempre un po’ di tensione. Però saluto Gordon e Bobby, che prende sempre volentieri qualche bacio sulla guancia da me… è che gli voglio un casino di bene, io, a Pridden. E lo seguo, infilandomi dietro al palco, sul palco in fondo.

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Mentre gli Who propongono una scaletta molto simile al primo dei due concerti londinesi che ho visto a fine marzo, ribadisco ciò che già sapevo ossia che i Kids migliorano dopo un certo periodo di “riscaldamento”. Credo sia così per la stragrande maggioranza dei gruppi musicali, anche se mi dicono che nei primi anni Settanta partivano “col botto” anche sotto una bufera di neve – e c’è da crederci. Mi spiace per i criticoni, ma lo show è di alto livello. Attendo Pete con un asciugamano bianco in mano, che ho “rubato” a Trevor (ma lui è d’accordo sul fatto che probabilmente lui preferisca riceverlo da me), poco dopo i bis orientati su Who’s Next (Baba e WGFA). Mi mette a fuoco e sorride. E a me basta per sapere che ho preso la decisione giusta (del resto, dopo il “regalo arpistico” di compleanno, lui mi ha risposto con un invito. Più o meno sono 33 anni che io lancio la pallina oltre la rete e, magari a tempo debito, ne ricevo una indietro. Vincendo sempre, per quanto mi riguarda, una partita ancora aperta).

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Anche se considero Londra la mia (prima) casa, a New York ci ho vissuto per due periodi della mia vita. Il primo, meravigliosamente scapestrato ma non troppo, sul finire degli anni Ottanta e il secondo a cavallo del 9/11, quando ho lavorato per due anni da un gallerista sulla Broadway, che commerciava in quadri e in diamanti dal Venezuela (ma l’FBI non venne mai a controllare..) Posso dire di aver vissuto e conosciuto piuttosto bene Manhattan (dove ho anche convissuto con un ragazzo newyorkese) per quanto sia possibile dire di conoscerla, se non altro per il fatto che muta velocemente. Certi aspetti, tuttavia, restano immutabili, sono certa che tutti voi sappiate cosa intendo.

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Trovo a malapena il tempo di donare a Simon una cosa che gli dovevo, mentre dietro e fuori le quinte c’è sempre uno strano “via vai”, molto più incasinato e meno “friendly” di quello londinese. È sempre stato così. E vi racconterò un’altra cosa. L’America, anche agli Who e a tutta la crew londinese, fa uno strano effetto. Lo stesso che, per certi aspetti, fa a ciascuno di noi. Una volta, qualcuno a me caro ha definito New York, in particolare, “a black city” e dentro al nero c’è moltissimo. Incluse le ombre, l’ignoto, la profondità. C’è da scommettere che nessuno abbia salutato il Barclays Center senza una compagnia per tuffarsi in due nel cuore della notte, o che quanto meno non l’abbia cercata. In fondo, la Big Apple è la Big Apple, “the city that doesn’t sleep”.

In quanto a me, ho scoperto di essere simpatica (ma parecchio parecchio) a una delle fidanzate. Considerando che l’ultima proposta di un threesome con una rockstar risale a una ventina di anni fa, prendo la cosa come un complimento. In fondo, qui ognuno può permettersi il sogno di uscire da ciò che è altrove. O, magari, finalmente di poterci entrare.

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Un pensiero su “The Stars (Are Out Tonight)

  1. Too much of anything

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