(a)LIVE AT LEEDS

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Scrivo queste righe nel giorno dell’anniversario dell’omicidio del mio adorato John, che poi è anche quello della scomparsa del mio papà. Ho sempre pensato che il trascorrere del tempo sia amico degli scrittori. Per me è così, mi piace sempre meno buttar giù le  impressioni “a caldo”, soprattutto se queste si accompagnano a un potente vissuto emotivo.

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Ci siamo. E’ accaduto. Anni fa, non avrei potuto immaginarlo. Io e il mio bambino, tra Londra e Leeds al cospetto degli Who. Pietro nel semicerchio sotto il palcoscenico, a saltare tutto il tempo. Adesso è tutto un “Mamma, fammi sentire questa (Baba O’Riley)… Mamma, rimetti su quell’altra (Won’t Get Fooled Again…)”. So che questo accade ai tanti figli di noi rocker e ci accende di orgoglio e meraviglia.

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Il concerto degli Who a Leeds non è stato perfetto e lo scrivo in una visione d’insieme assolutamente positiva. Prima di tutto perché gli Who, io e Pietro li abbiamo sentiti a Londra nella loro – breve ma ottima – partecipazione benefica, l’estate scorsa. Poi perché un tour con altri musicisti – alcuni dei quali non mi piacciono particolarmente – implica un certo “rodaggio”. (Però vi prego, non fate riferimento ai video postati su YouTube. So per esperienza diretta che non andare a spulciarli è impossibile, ma fidatevi: il sonoro non fa testo).

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E lasciatemelo (ri)dire: il “mio” Townshend è fenomenale, anche quando un suo sguardo incendia chi non sta andando a tempo. Altisonante e regale, nel suo essere musicalmente eccelso. Strafichissimo nella sua comoda tuta blu e con l’aria di trovarsi già con la mente alla futura versione lirico-sinfonica di Quadrophenia (il 5 luglio 2015 alla Royal Albert Hall).

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Roger è sempre in tensione per la sua voce, ma sono convinta che queste prime date siano solo il trampolino dal quale spiccherà il volo. E’ in ottima forma, più sexy di tanti trentenni messi assieme. Il fatto che a Glasgow abbia accettato di cantare per una coppia di sposi, insieme a una cover band qualsiasi (la quale, in video, ha tutta l’aria di farsela sotto) dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, di quanta umanità e generosità grondi il suo animo.

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Il drumming di Zak Starkey è travolgente, ti viene voglia di correre ad abbracciarlo alla fine di ogni canzone. Pubblica confessione dal backstage: dai 15 ai 70 anni, là dietro siamo tutte innamorate di lui – mogli incluse. (E in prospettiva, ammetto: se papà Ritchie facesse un salto per un saluto, l’estate prossima negli Stati Uniti, non mi dispiacerebbe affatto).

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Mi manca un po’ John “Rabbit” Bundrick. La sua musicalità era un tratto distintivo. Per ricordarmene, non occorre tornare molto indietro nel tempo. Proprio ora, sto ascoltandolo suonare il pianoforte in Real Good Looking Boy (nella versione integrale di Then And Now!, non in quella tagliata dell’ultima raccolta). Mi piacerebbe poterlo risalutare a Londra, ma temo non assisterà ai due show natalizi.

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Mi rendo conto: forse preferivate una puntuale, certosina filippica sulle “dinamiche delle modulazioni chitarristiche di Baba O’ Riley” o su “quell’errore alla 13esima battuta di Magic Bus“, per non parlare di quale (stupefacente) sorpresa “sentirli cantare dal vivo A Quick One, While He’s Away” e l’inconsueta opportunità di rianimare un brano come “Cry If You Want, mentre tutti si chiedono dov’è finita My Generation“. Vi consiglio di acquistare il numero di dicembre di Classic Rock e leggere le mie interviste a Pete e a Roger.

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Vi saluto così: W(HO)e Are Family! 

Perché se siete qui a leggermi, so che gli Who non solo hanno allietato le vostre giornate con la loro musica straordinaria. Hanno cambiato, senza possibilità di ritorno, voi stessi e il vostro modo di intendere la vita.

* Le immagini degli Who a Leeds sono di Richard Evans, fantastico Editor e Web Master di thewho.com

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Un pensiero su “(a)LIVE AT LEEDS

  1. Come al solito squisitamente originale e personale la tua recensione, da cui esce fuori molto bene l’amore che hai per la musica ed in particolare per quella di Mr. Townshend, and the WHO. Hai ragione anche nel dire che essere fan degli Who implica un coinvolgimento molto profondo, come un filo rosso che ci unisce per la vita.

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